Il sapore del successo: una ricetta poco riuscita

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Il “dramma culinario” con Cooper e Miller delude

di Fabio Piccinini

New Orleans. Adam Jones (Bradley Cooper) è un grande cuoco che si è condannato a sgusciare un milione di ostriche (la progressione delle quali annota meticolosamente su un taccuino) in una bettola per espiare parole, opere ed omissioni della sua vita precedente. Giunto alla quota fatidica e soddisfatto di questa singolare autoterapia parte per Londra con un proposito granitico: aprirà un ristorante e rinverdirà i fasti della sua carriera con il trofeo più ambito: la terza stella Michelin.

Per conseguire ciò Adam riprende il contatti con i suoi vecchi amici e colleghi (che di primo acchito lo accolgono parecchio male): il maître Tony (Daniel Brühl), neanche troppo segretamente innamorato di lui, i sous-chef Michel (Omar Sy) e Max (Riccardo Scamarcio) e Helen (Sienna Miller), giovane cuoca di talento e problematica mamma single. Si deve inoltre confrontare con Reece (Matthew Rhys), già suo sodale, che ora gestisce il ristorante più esclusivo della città e che lo odia, ricambiato. Su tutti aleggia il fantasma di Jean Luc, l’antico maestro dei tempi di Parigi, da poco scomparso, al quale Jones era legatissimo, ma la cui fiducia aveva tradito tessendo una disastrosa relazione sentimentale con la di lui figlia Anne Marie (Alicia Wikander), che il Nostro rivedrà a sorpresa durante unasoirée organizzata proprio da Reece.

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Incredibilmente, nonostante questo ircocervo di tensioni latenti e palesi, l’avventura del nuovo ristorante di Adam prende il largo. Subito però il peculiare daimon autodistruttivo di quest’ultimo torna ad imperversare: minato dal suo egotismo e dalla sua ambizione, ossessionato dal traguardo per lui quasi metafisico della terza stella, Jones è preda di eccessi di violenta isteria, maltratta i sottoposti, pretende da loro una impossibile perfezione sul lavoro, allontana i pochi che lo vorrebbero sinceramente aiutare, fra i quali una compassata analista (Emma Thompson), non si accorge di correre verso l’abisso. Così, quando il traguardo pare ad un soffio, l’esecuzione di una bizantina vendetta manda tutto in cenere. Pare davvero finita. Pare…

Il sapore del successo (titolo originale: Burntbruciato) è un film mediocre. Il regista John Wells (che ha scritto e diretto produzioni televisive di valore: E.R.West WingShameless e un discreto lungometraggio: The Company Men) si smarrisce in una trama improbabile e raffazzonata, non aiutata dalla sceneggiatura retorica e tirata via di Steven Knight.

Il rapporto tra uomo e cibo, l’atto del cucinare come attualizzazione della facoltà creatrice sono tòpoi della storia dell’arte in senso lato e del cinema, ma qui siamo a una distanza siderale non diciamo dalla connotazione esistenziale/esistenzialista (quasi post heideggeriana) de La grande abbuffata di Ferreri, ma anche soltanto da una rispettabile prova similautoriale come Il pranzo di Babette. Siamo lontani persino dai gradevoli “filmetti culinari” di Hallström. Qui il tutto è vacuamente autoreferenziale e si smarrisce in un assetto rappresentativo che è poco più di una patinata soap opera, dipanantesi lungo l’americanissimo fil rouge binario della caduta e della redenzione.

Bradley Cooper è un bravo attore (anche se sopravvalutato), ma nella fattispecie è chiaramente fuori parte e cerca inutilmente di compensare con una recitazione adrenalinica la mancanza di profondità del personaggio, che pure avrebbe in nuce ottimi spunti introspettivi. Scamarcio ha una piccola parte e certo non memorabile, mentre Sienna Miller senzaglamoure piuttosto working class è abbastanza efficacie. La Thompson (ancora in modalità Tata Matilda) passava di lì per caso (così come Uma Thurman, insipida critica gastronomica). Il ruolo forse più convincente è quello agito da Matthew Rhys: l’avversario acerrimo del protagonista (che poi così acerrimo non sarà), apparentemente freddo e intangibile come l’arredamento del suo chichissimo locale.

Il precipitato emotivo di un luogo focale dell’immaginario collettivo come è Londra risulta incredibilmente quasi assente.

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