Alla sorte, un cartello

 Alla sorte, un cartello di matematica disfida

Che cos’è mai il trading, se non una matematica “disfida” lanciata alla sorte? “Matematica disfida”: così era chiamata nel Cinquecento una tenzone tra matematici, uno dei quali in brama di diventar famoso (o più famoso) di quanto già non fosse. Esattamente come nel pugilato: come quando nell’80 “Manos de piedra” Duran vide Sugar Ray Leonard sul podio dei welter e pensò: «Tu, lì, non ci devi stare». E così lo sfidò e si infilò i guantoni.

Egualmente si comportò nel 1535 il matematico veneziano Antonio Maria Del Fiore con l’antagonista Tartaglia – così chiamato per via delle ferite infertegli da ragazzino nel Duomo di Brescia da un soldataccio francese agli ordini di Gaston de Foix – che per suo conto era giunto a risolvere le equazioni cubiche, ovverosia di terzo grado. V’è anche un triangolo “di Tartaglia”, composto di file di numeri ottenuti dalla somma dei due numeri accosti nella riga precedente o, per dirla ancor più schetta, un triangolo in cui ogni numero è dato dalla somma dei due superiori.

Bene, il fatto è (o, collodianamente, “gli è”) che ad Antonio Maria davvero mal ne incolse, giacché il Tartaglia risolse tutti i trenta problemi postigli dal Del Fiore in due ore: il veneziano nemmeno si avvicinò a fare altrettanto.

Ora, lo sappiamo, quando si sfidano i mercati in realtà quel che davvero si sfida è la Sorte. È il cimento più antico del mondo, il più fascinoso e periglioso, pure. E l’arma con cui la si sfida sono le probabilità. Non vorrei farla troppo lunga e dunque la dirò con una frase che è diventata il più ricorrente adagio dei libri di borsa: «Occorre sempre avere le probabilità dalla propria parte».

Ora, permettetemi una punta di municipale orgoglio: il calcolo delle probabilità l’inventò Girolamo Cardano con il De ludo aleae (“Il gioco dei dadi”), medico, astrologo, matematico – certo – ed anche ermetista, e inventor dell’omonimo giunto e insomma, troppe cose e dunque mago. Il Tartaglia ebbe a definirlo: «huomo di poco sugo» ma solo perché si sentì ferito dalla pubblicazione nel 1545, da parte del pavese, dell’Artis Magnae sive de regulis algebraicis, in cui venivano esposte le soluzioni per le equazioni di terzo e quarto grado. Eppure il Cardano riconosceva al Tartaglia la paternità delle scoperte, ma non bastò. E fu la disfida. A difendere il Cardano giunse il di lui discepolo, Ludovico Ferrari: era il 1547. E vinsero, i due: chi dice perché Tartaglia fu messo in fuga nottetempo da minacce, chi dice abbiano vinto per davvero… Il fatto è (o “gli è”) che il Tartaglia abbandonò il campo. Forse era tutto previsto dal quadro astrale, lo stesso che Girolamo disse poi di Cristo, al che l’Inquisizione l’imprigionò.

Insomma, l’inventore del calcolo delle probabilità ebbe la più imprevedibiledelle vite («Se pure nella mia vità non mi è accaduto nulla di eccezionale, di avventure strane me ne sono capitate parecchie», leggiamo nella sua autobiografia) ma, quanto al preveder nel gioco, ebbe talento. L’azzardo fu per lui fonte di reddito costante, che è poi un po’ come dire che azzardo non fu. Proprio come il trading per chi lo sa fare.

A presto.

Edoardo Varini

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