Das Unheimliche

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Das Unheimliche

Una delle cose che più mi rattristano è vedere quanto tempo e parole così tanta gente sprechi per commentare cose che si commentano da sole. Anzi, che non hanno bisogno di alcun commento, perché sono palesi sciocchezze. Una sciocchezza è una siocchezza, non va neanche condannata, è quel che è. Va bene, Monti ha detto che  «avere il posto fisso è monotono». Ma questo non fa di lui un perfido capitalista illiberale e tecnocrate ma semplicemente uno che non sempre dice parole degne di nota. E uno che qualche volta si annoia. Forse anche perché è ricco. Un po’ come il Dino de La noia di Moravia, il quale pensa che tuttavia «non si poteva rinunciare alla propria ricchezza; essere ricchi era come avere gli occhi azzurri o il naso aquilino». Se non si può rinunciare non si può. Che volete farci?

Che poi non è che questa cosa della monotonia del posto fisso sia una fesseria perché è falsa, ma semplicemente perché uno non lavora per divertirsi e perché non avere il pane è assolutamente meno divertente e cioè a dire più noioso del posto fisso.

Potremmo anche dire che è una fesseria perché la categoria del noioso ti si appalesa nella vita solo dopo che hai superato la categoria del bisogno. Ma, ahimè, la categoria del bisogno è di quelle che ti dimentichi in fretta, perché è “perturbante”. Das Unheimlich, come il titolo del famoso saggio di Freud del ’19. Semanticamente è la negazione di heim, “casa, focolare domestico”, in altre parole, dalla certezza che dalla finestra, e specialmente di notte, non sbuchi l’impensabile. O, più esattamente, il “rimosso”.

Quando scrive quel saggio, Freud ha in mente un racconto del 1815 di Hoffmann: Der Sandmann, “L’uomo della sabbia”. Racconta Nataniele, il protagonista:

«In quelle sere la mamma era molto triste e appena battevano le nove ci diceva: “Su, ragazzi, a letto, a letto! Viene l’uomo della sabbia! Già mi pare di vederlo!”. E io ogni volta sentivo veramente un passo lento e pesante che saliva su per le scale: doveva essere l’uomo della sabbia! Una volta quel camminare cupo e rintronante mi fece venire i brividi e alla mamma che ci conduceva via chiesi: “Mamma, chi è mai quel cattivo uomo della sabbia che ci allontana sempre dal babbo? Che aspetto ha?”.


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La categoria del bisogno ti obbliga a rinunciare ai privilegi, anche quando non ci sei dentro, ma solo la pensi. Ti fa dismettere quel privilegiato modo di pensare che fa sì che si voglia e infine si riesca anche a credere che al di là delle proprie pantofole non ci sia gente cui è stato sottratto il diritto di guardare negli occhi i propri figli. E non nella dickensiana Coketown di mattoni «che sarebbero stati rossi se fumo e cenere l’avessero permesso», no, in questa Italia dove – è notizia di ieri – la disoccupazione è salita all’8,9 per cento, ai massimi del 2004. E ricordo che in termini di sostegno al reddito e di ammortizzatori sociali l’Italia è agli ultimi posti tra i paesi Ocse.

La statistica è quasi sempre noiosa, lo so, però a volte è di un’utilità irrinunciabile. È questo il caso di uno coefficiente la cui rilevanza è inversamente proprozionale alla notorietà: il coefficiente di Gini. È una misura della distribuzione della diseguaglianza. E dunque… E dunque possiamo applicarlo anche alla distribuzione della diseguaglianza del reddito. Il suo valore è compreso tra 0 (quando la distribuzione è omogenea) a 1 (quando una sola persona percepisce tutto il reddito disponibile). Nel 2011 il paese con il valore dell’indice di Gini più basso al mondo è stato la Danimarca: 0.23. I redditi danesi sono alti. Solo tre italiani su dieci guadagnano più del più povero tra i danesi. Eppure i prezzi dei generi di base sono tenuti bassi. Il costo delle case, ma è solo un esempio, è un terzo, esattamente come il costo degli affitti. Insomma, in un paese così l’indice Gini è molto basso. L’Italia ha lo 0,34. Nel 2008 era 0,32. Però, anche qui, fosse rimasto uguale… non l’avremmo trovato monotono?

E poi c’è un altro indice interessante, quello della disperazione. Esiste davvero, ed è dato da tre fattori: uno in più dell’indice della miseria (dato da inflazione e disoccupazione), va aggiunta la povertà. Bene, avreste mai detto che negli Stati Uniti lo scorso anno è stato maggiore che in Russia (28.1 contro 25.5).

Occorre avere molta cura nel monitorare la disperazione. Molta. Perché «la disperazione è un sentimento acuto e appassionato. Scuote la sopportazione ottusa e sonnolenta e presuppone se non altro un certo grado di comprensione della possibilità di una condizione migliore che non si esclude, a priori, di poter raggiungere. Insomma, è impossibile rimanere a lungo in preda alla disperazione: essa spinge rapidamente l’uomo alla morte o all’azione». Mia nonna ogni tanto, quando ero un po’ irrequieto, mi diceva: «Fa no al Bakunin», «Non fare il Bakunin». Anni e anni dopo, quando lessi questo passo, mi domandai quanto mia nonna conoscesse di Bakunin. Forse più dei nostri parlamentari. 

A presto.

Edoardo Varini

(3/2/2012)

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