Dell’incertezza endogena

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Dell’incertezza endogena, di gargantuesche abbuffate e infin della morale

Mercoledì pomeriggio ero con Massimo Bertani e Giulio Baresani Varini a presentare I grandi investitori al Salone del risparmio. Ora, al di là della straordinarietà del passaggio da bretoniana Antologia dell’humor nero in cui Massimo ha esposto con la sua solita castiglionesca sprezzatura il sentito auspicio che la longevità dei grandi investitori avrebbe potuto forse, attraverso la lettura, riverberarsi sui lettori, devo dire di aver veduto persone egualmente interessate e attente sia allorché si parlava di mercati, sia allorquando si indulgeva nel discorrere delle filosofie di vita e delle biografie di questi uomini che tutto induce a credere abbiano avuto un particolare talento nell’accumulare ricchezza.

E mi sono chiesto: sarebbe stato così dieci anni fa? Voglio dire, un pubblico che si fosse recato ad ascoltare la presentazione di un libro con quel titolo, non mi avrebbe guardato con malcelata impazienza qualora mi fossi soffermato sulle peripezie biografiche di Soros anziché sull’incrollabile afflato etico di Templeton? Secondo me sarebbe potuto accadere.

E invece ora non accade, anzi. Perché? Perché l’incertezza che ci circonda è ormai così spessa e opprimente da oscurare l’intorno e si è capito che l’attenzione va posta sul sé. Perché ci si sta sempre più rendendo conto che è un’incertezza endogena. Per lungo tempo, per secoli e secoli, per millenni, si è creduto che l’incertezza fosse principalmente esogena, essenzialmente dovuta a cause naturali, a partire dalla nostra stessa transeunte condizione umana. Ma a quell’incertezza siamo preparati. Ci fa soffrire certo, ma nondimeno sappiamo portarla sulle spalle – è la nostra condizione naturale –  e, solitamente, non ne veniamo schiacciati.

Ma quest’altra incertezza endogena, quella che oggi ci grava e impera, quella che ci siamo creati noi, è in certo modo innaturale, e pertanto non c’è capacità di adattamento che tenga. Deriva da regole che solo alcuni di noi hanno scelto, coloro che lo potevano fare. Ad iniziare dalle regole economiche e politiche. Si parla tanto di sviluppo ed io non sono fra coloro che avversano questa parola, ma il punto è: a che cosa è finalizzato questo sviluppo? A soddisfare i superflui bisogni di chi già si abbuffa, ad essere fagocitato da questo bulimico ossimoro, oppure a ridurre la disuguaglianza?

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Economicamente parlando, un aumento di produzione che serva ad accrescere il tenore di vita di chi ha meno, sarebbe sostenibile? Assolutamente sì, e si potrebbe probabilmente ancora chiamare capitalismo. Ed esattamente come l’attuale, sarebbe ancora governato dal più forte, perché ci sarà sempre qualcuno più forte. La differenza starebbe soltanto – ma questo “soltanto” è tutto – nella direzione di quel governo: il soddisfacimento dei bisogni dei più deboli. Un radicale cambiamento, una rivoluzione, operata dalla morale. Non sono cose nuove, le disse già tanti anni fa, nella Città del sole, Tommaso Campanella.

A presto. 

Edoardo Varini

(20/04/2012)

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