Di Umberto, del Papa e delle facce più “fighe” del dormitorio di Harvard

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Di Umberto, del Papa e delle facce più “fighe” del dormitorio di Harvard

La diatriba su muri e ponti tra uno dei candidati repubblicani alle presidenziali americane – Donald Trump – e il Papa è senza dubbio una delle più comiche ed al contempo tragicamente rappresentative estrinsecazione dell’infimo livello cui ci ha condotto la “civiltà” massmediatica.

Fresco della benedizione ai migranti oltre il Rio Grande e la rete metallica che separa Messico e Stati Uniti, Papa Francesco, dal fondo dell’aereo che lo riportava alla Santa Sede, non ce l’ha fatta a commentare diplomaticamente l’idea di “Trump of Doom” (quello che sta per spanciare contro l’acqua della piscina nella copertina del “New Yorker” del luglio di quest’anno, non potendo probabilmente camminare sull’acqua come qualcuno dei suoi ferventi sostenitori crede…) di erigere un muro anti-immigrazione di 2500 km al confine con il Messico (in sostituzione della rete metallica, tiè). E gliel’ha detta. Ce l’aveva lì: «E poi una persona che pensa soltanto a fare muri e non ponti non è cristiana. Questo non è il Vangelo. Dico solo: quest’uomo non è cristiano, se dice così».

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La replica del team del miliardario dal berretto da baseball è stata di «pensare alle mura Vaticane», che i romani a dire il vero quando le costruirono avevano alle porte degli “immigrati” un po’ più incattiviti: i pirati saraceni. Ma va da sé che le logiche del botta e risposta mediatico non tengano conto d’altro che del mostrare la debita reazione nel tempo più prossimo allo zero che si riesca. Il dire delle grandi fesserie è considerato un effetto collaterale irrilevante.

Essì: pare che la fesseria sia necessaria per fare colpo sulle masse. In realtà le “masse” – cui nessuno riconosce di appartenere malgrado l’evidenza che vi apparteniamo tutti –  gradirebbero anche un po’ più di serietà, solo che la serietà costa fatica. Ed allora avanti così, a metter carbone di bagatelle nella gran locomotiva sbuffante e sbavante dell’informazione dei mass media, di cui Umberto Eco – cui se avessi incontrato in vita avrei detto mille cose, ma cui in morte mi sento di dirne una sola, ma gridata, e con una punta di inconsolabile sconforto, non lo nascondo: «Grazie» – ebbe a dire che sono: «immessi in un circuito commerciale, sono sottomessi alla “legge della domanda e dell’offerta”. Quindi danno al pubblico solo ciò che esso vuole o, quel che è peggio, seguendo le leggi di una economia fondata sul consumo e sostenuta dall’azione persuasiva della pubblicità, suggeriscono al pubblico cosa deve desiderare».

Vero. Inconfutabilmente vero. Come l’altra sua affermazione che i social danno voce a legioni di imbecilli. Vero, inconfutabilmente vero. Ma la cosa che più spaventa è che rendono imbecille anche chi, in altro contesto epocale, all’imbecillità avrebbe potuto sfuggire, ed il tutto – pensateci – per far arricchire a dismisura un ex ragazzotto di White Plains, Contea di Westchester, Stato di New York, che al tempo di Harvard si inventò un sito per far concorrere le facce dei ragazzi del dormitorio a quale fosse la più “figa”.

Ed è da lì che sono nati i cinquantenni che fotografano i piatti, i cani, i gatti, i figli, all’incirca in quest’ordine. E che se non postano che hanno le chiappe al sole gli si oscura il cielo finanche alle Seychelles.

A presto.

Edoardo Varini

(20/02/2016)

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