Il fattore umano nella valutazione del rischio

Il perimetro del rischio è vastissimo, possiamo dire che non esista attività umana che non lo contempli.
I fraintendimenti sono molteplici ed occorre pertanto fare chiarezza subito, a partire da quella terminologica.

“Rischio” è una parola ambivalente, perché non esiste solamente il rischio di qualcosa di negativo ma anche quello del suo esatto opposto, un impreveduto — ma spesso non imprevedibile — evento dalle conseguenze favorevoli. In questo caso la parola “rischio” diventa sinonimo di “opportunità”.

Viceversa, nella prima accezione, quella avversa, il termine “rischio” si sovrappone a quello di “pericolo”.

Esistono tuttavia anche rischi per i quali non vi sono “opportunità” ma solo esiti negativi: sono i cosiddetti “rischi puri”. Tra questi figura il “cigno nero”, la cui teoria è descritta nell’omonimo libro di Nassim Nicholas Taleb.

Si tratta di rischi privi di opportunità, a bassa probabilità ed alto impatto.

Potremmo dunque asserire che rischio è il rapporto tra queste due diverse accezioni, queste due interpretazioni opposte.

Nel risk management ciò che si cerca di valutare e gestire è esclusivamente il rischio inteso come pericolo e non come possibile vantaggio, come opportunità.

Nondimeno questo seconda eventualità non è per nulla espunta dalla logica della gestione del rischio ma farà sempre parte del quadro, divenendone l’obiettivo, quell’obiettivo verso il cui perseguimento ci si è imbattuti nel rischio.

Il rischio è sempre riferibile alla vulnerabilità del soggetto che può essere colpito, e tale vulnerabilità andrà stimata insieme alla probabilità di accadimento, al valore dell’asset e al tempo.

Il fattore umano (FU) può certamente essere una vulnerabilità, più o meno consistente a seconda del livello di attenzione, di competenza, di motivazioni ecc.

Una seconda distinzione cruciale andrà fatta tra la quantità di attenzione che prestiamo alla misurazione del rischio stesso (quantitativa, qualitativa) — solitamente in termini di probabilità ed impatto —  e quella che prestiamo alla valutazione del fattore umano.

Vi è altresì da tener presente che ogni processo di valutazione rientra comunque all’interno di un processo umano, ed è dunque passibile delle stesse vulnerabilità del processo analizzato.

Quindi il fattore umano è un fattore di vulnerabilità ( o meno) dei processi ma lo può essere anche e soprattutto  nel momento della valutazione dei rischi (che assumiamo corretta) e delle decisioni da assumere conseguentemente.

Principalmente le strategie di gestione del rischio hanno fino ad oggi riguardato i processi e le procedure tese e ridurre la probabilità di un evento avverso.

Ma il prossimo passo in questa disciplina sarà proprio quello di valutare anche la componente umana, a partire dalla predisposizione al rischio di ogni soggetto interessato al processo da svolgere all’interno dell’organizzazione.

La percezione del rischio, la reazione al rischio e la volontà di assumersi dei rischi hanno un impatto decisionale enorme, e ridurre l’individuo ad essere un mero esecutore ha dimostrato di essere una scelta perdente.

Non resta dunque che imparare a gestire il “lato umano” del rischio, che integrarlo, a pari titolo, nel processo di risk management.

Nessun modello di risk management sarà mai in grado di anticipare ogni eventualità e quando i sistemi si guastano le persone devono usare la loro iniziativa e pensare da sole. Fare eccessivo affidamento su un approccio normativo e sistemico finisce con lo svalutare il buon senso e la discrezionalità e pertanto, in definitiva, l’organizzazione. L’obbedienza cieca è un misero sostituto della responsabilità personale: quel che è richiesto è un funzionale bilanciamento tra le due cose.

Alcuni godono dell’incertezza, altri ne sono inorriditi. Alcuni faranno le cose solo in modo sistematico, altri lo faranno spontaneamente. Alcune persone trovano il cambiamento allarmante, mentre altri trovano allarmante la routine. Queste sono tutte differenze fondamentali della personalità.

Sappiamo che le stesse sfide, in qualunque mansione, saranno per alcuni foriere di angoscia e per altri una formidabile cimento da affrontare con entusiasmo, e questo in ragione della personalità di ciascuno. Una personalità che sempre e comunque di fronte a un pericolo si muoverà per istinto di sopravvivenza, oscillante tra il desiderio di dare un senso ed un ordine al mondo a quello di cogliere al meglio ogni possibile opportunità.

 

 

 

 

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