Forse che sì, forse che no

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Forse che sì, forse che no

«Nell’ombra era un aliare molle di nottole». Tra le ruine, come nell’Italia odierna. Chi può, oggi, scrivere così? Nessuno. Poteva D’Annunzio, talmente immaginifico da antivedere d’oltre un secolo nelle leziose impuntature della sua venere Isabella, eroina del romanzo Forse che sì forse che no, quelle del nostro premier Mariomonti, cui – come avviene sovente alle donne belle – i troppi encomi ricevuti hanno ormai tolto qualunque barlume di senso della realtà e della misura.

Il vedere una nazione femmineamente, anzi “femineamente” – per esser dannunziani fino in fondo – prostrata davanti a un uomo, chiunque esso sia, mi ingenera un senso di miseria e compassione verso i genuflessi irrefrenabile, se non con le parole. Per questo scrivo.

«Mi ero presentato qui un anno fa e vi avevo rappresentato il quadro periglioso in cui si trovava il Paese. In un anno quell’emergenza è stata superata e gli italiani possono andare in Europa a testa alta». Ma davvero l’emergenza è stata superata? Per nulla: il paese non cresce, il debito aumenta. Per l’esattezza nell’ultimo anno è aumentato del 3,7%, fino a sfondare i 2.000 miliardi. Il PIL del 2012, se va bene, si attesterà sul -2,1%. I consumi hanno avuto un crollo che non si registrava dalla Seconda guerra mondiale, oltre il 3%.

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Nel settembre dell’anno che sta per finire “Supermario” ci rincuorò: «L’anno prossimo sarà un anno di ripresa». Solo che lo fece mentendo. L’altrieri l’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana, ha confermato per il 2013 un’ulteriore contrazione del PIL. Dicono dello 0,6: vedremo. Quel ch’è certo è che l’Ocse parla già di un -2,9. Come vedremo quanto a lungo quegli investitori internazionali detentori di quasi la metà del nostro debito pubblico citati da Mariomonti all’epoca della presentazione alle camere crederanno sostenibile la totale assenza di cenni di ripresa, congiunta all’inasprirsi di una fiscalità sempre più eguale tra i diseguali e dunque iniqua, congiunta all’inarrestabile incremento della disoccupazione. In quel 27 novembre 2011 era al 9,3%, ora è al 10.8%.

Ora abbiamo l’”Agenda Monti”, che non è di Monti, ma semplicemente del buonsenso: meno soldi pubblici ai partiti e più trasparenza, introduzione di una coerente disciplina del falso in bilancio e rafforzamento del principio di legalità e trasparenza e condanna dell’illegalità, riforma della legge elettorale per restituire ai cittadini la scelta dei governi… Personalmente non avrei esitazione a sottoscrivere l’Agenda Monti, solo che non la vorrei in bundle con il premier taumaturgo: sarà possibile? 

Ma lasciate concluda come avevo iniziato, con il Vate. Da Forse che sì, forse che no, l’incipit: «Forse, rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio ora argentino come i salici della pianura fuggente». «Forse» dice ora Mario, ma con fascino infinitamente minore di Isabella Inghirami. Ridicolmente minore.

A presto.

Edoardo Varini

(24/12/12)

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