Il Burberry di Fabrizio Del Dongo

Il Burberry di Fabrizio Del Dongo

A volte osservare gli eventi da una prospettiva defilata, discosta, decentrata, eccentrica, aiuta a capire. Un po’ come osservò la battaglia di Waterloo Fabrizio Del Dongo, il giovane protagonista de La Certosa di Parma.

Waterloo, 48.000 morti in 8 ore, 100 morti al minuto. Da un lato 49.000 baionette francesi, dall’altro le 54.000 della Settima coalizione. 400 cannoni che vomitano fuoco, un baccano d’inferno, perché quello è l’Inferno.

Fabrizio, che pure è lì, nello stesso luogo, sotto lo stesso cielo di nubi bigie, finge di essere all’Inferno, lo racconta a se stesso di essere anch’egli in battaglia, ma non lo è: è in Arcadia. Sta con una bella vivandiera, su un poggio a otto o dieci piedi dalla pianura insanguinata: «da lassù potevano vedere abbastanza bene uno squarcio della battaglia […] sopra i salici si vedeva ogni tanto del fumo bianco salire a spirali verso il cielo», dipinge soave Stendhal.

Così oggi, nell’infuriare della battaglia dello spread, del credit crunch, del rischio sistemico e dei default nazionali, leggo una nota gentile, incongrua, perché stendhalianamente soave, quasi sublime nella sua inconsapevolezza: «Risultati oltre le previsioni per Burberry». Ed eccolo là, Fabrizio Del Dongo, nitidamente, sull’altura, in trench.

«La diversificazione geografica è stata il segreto del successo. Burberry ha deciso di concentrarsi su 25 città ricche in tutto il mondo», recita la nota di Angela Ahrendts, chief executive.

E allora capisci che la salvezza è un riparo per pochi. E così è sempre stato.

A presto.

Edoardo Varini

(16/11/2011)

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