Il cielo è plumbeo, l’asfalto viscido di pioggia

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Il cielo è plumbeo, l’asfalto viscido di pioggia

Il cielo è plumbeo, l’asfalto è viscido di pioggia. Un uomo in grigio con un ombrello azzurro si avvicina a un troneggiante palazzo bianco. Questo non è un Simenon e quell’uomo non è Maigret. È  accaduto oggi, il 20 febbraio 2012: dopo Wall Street il professore è a Piazza Affari. Non è lì per gli aderenti alla Confederazione Unitaria di Base, fondata ormai vent’anni or sono da lavoratori che non si ritenevano più rappresentati dalle tre maggiori sigle sindacali italiane. Lui dice sempre che gli italiani capiscono, e dunque anche il precario che lamenta al megafono con ben poca veggenza – perché ben poca ne occorre – che non potrà dare a suo figlio quel che la sua famiglia ha dato a lui, oppure il cassintegrato che invita il primo ministro a vivere con 700 euro al mese, essendo italiani, evidentemente capiscono: è solo che ancora non se ne sono resi conto.

All’interno del palazzo i big della finanza nostrani hanno potuto apprendere che: «La Borsa Italiana è una delle ricchezze del nostro sistema ma il numero delle società quotate è ancora inferiore rispetto alle altre realtà europee» e che «una Borsa con un numero più alto di imprese quotate può dare un contributo fondamentale per la crescita». E invece, dal gennaio 2011 si sono cancellate dal Mercato Telematico Azionario ben 14 società, ed è di pochi giorni fa la notizia del delisting di Benetton, la quindicesima. Il manifatturiero ormai pesa meno del 20 per cento. Restano società energetiche e banche, ma anche qui andrà ricordato che negli ultimi cinque anni i titoli dei tre principali istituti di credito italiani (Unicredit, Intesa e Monte Paschi) hanno perso il 70 per cento del proprio valore.

Perché la classe imprenditoriale italiana non percepisce la Borsa come il canale privilegiato per favorire la crescita? Questo dovrebbe essere il tema e la riflessione dovrebbe soppiantare l’auspicio.

E questa crescita non andrebbe tanto considerata, come comunemente avviene, in base al PIL nazionale a sé stante, bensì in base al PIL pro capite. E andrebbe anche aggiunto un dato, quello della crescita demografica. Se non si sa che la popolazione italiana cresce a un tasso compreso tra lo 0,8 e l’1,2 per cento non si può percepire appieno che cosa significhi un tasso di decrescita dello 0,7 per cento (dati OCSE di qualche giorno fa relativi al quarto trimestre 2011). Significa che la fetta di ricchezza a disposizione di ogni singolo italiano si è ridotta all’incirca dell’1,5 per cento.

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La gente che contesta, là fuori, non ha smesso un istante di vociare. «Quando ha fame è decisamente a corto di cerimonie». Oh, sì, riferito a Maigret, ça va sans dire, Monsieur le professeur Mario Monti. Anzi, riferito a Magritte, al suo Le vacanze di Hegel, al suo ombrello sormontato dal bicchiere, che è poi come dire che è il rimedio alla pioggia che ti bagna. Per inciso, il dipinto si intitola Le vacanze di Hegel, e Magritte, per “Hegel”, intende la ragione. 

A presto.

Edoardo Varini

(20/02/2012)

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