Il girotondo, la spada e la soglia

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Il girotondo, la spada e la soglia

Sono stato di recente a visitare la mostra che si tiene nel castello della mia città: La pittura italiana del XIX secolo. È una mostra ben concepita e realizzata, perché non ambisce a una rappresentatività dettagliatamente comprensiva che sarebbe stata impercorribile, bensì rende di ogni fase della pittura ottocentesca italiana l’atmosfera, e in questo riesce con precisione e misura, che della precisione è la sostanza stessa.

Non starò a dirvi di Hayez, Boldini, Zandomeneghi, De Nittis, Fattori e dell’incantevole Girotondo di Pellizza da Volpedo, incantevole anche negli altri titoli che lo nominano: Idillio della vita e Idillio primaverile. C’è un bellissimo saggio di Massimo Onofri a tal riguardo, Il suicidio del socialismoInchiesta su Pellizza da Volpedo in cui dei bambini che animano questo dipinto si legge:

«Guardate bene i bambini del quadro che fanno il girotondo: coi loro lineamenti appena accennati, lo sguardo cieco, le fisionomie irreali e paurose. Sembrerebbe quasi che attraversare la linea imposta dal grande e orrifico tronco la linea che, ripeto, separa rigorosamente la parte in ombra da quella illuminata – per magari ricongiungersi con quei fanciulli in girotondo, valga esattamente come varcare la soglia di qualche aldilà».


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Quella soglia, in un dipinto lì accosto, è una spada. E c’è un altro bambino a guardarla, e il dipinto si intitola Dopo il duello. A dipingerlo fu un ventenne, Antonio Mancini.

Antonio è romano, ma studia all’Accademia di Belle arti di Napoli, ed è un talento precoce, come tutti i veri talenti. Risulta iscritto all’Accademia nel luglio del 1865, appena tredicenne. L’anno seguente vince il premio della scuola di figura. È il più bravo. Ve lo dicevo, è un talento puro.

Tre anni dopo il suo insegnante è Morelli, ed è l’antiaccademismo, l’aneddotica, ‘O prevetariello, Bambina con fazzoletto giallo, Scugnizzo con chitarra, Lo scolaro povero: è il verismo. Ma qui, in questo Dopo il duello, il patetismo è sospeso. Anzi, è precluso. Perché una minaccia incombe. E la minaccia non è tanto l’ombra sopraggiungente da sinistra, come a volte si legge, che del resto il bambino dall’abitino dal colletto di pizzo bianco non vede. No, non è questo.

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È l’ombra del dubbio che quella camicia insanguinata sia del padre. Che sia, del padre, l’ultima cosa rimasta.

A presto.

Edoardo Varini

(02/04/2012)

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