In un momento di rifondazione nazionale la cultura è politica o non è

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In un momento di rifondazione nazionale la cultura è politica o non è

Presentazione del libro “Da Piazza Maggiore ad una nuova destra” nella sede pavese della Lega, 16 febbraio 2016

Voglio chiedermi qui, questa sera, insieme a voi che ne siete i militanti, nella sua sede pavese: che cos’è oggi la Lega? È indiscutibilmente uno tra gli attori più importanti della vita politica nazionale. È il partito italiano da più tempo insediato in Parlamento. Nel corso del tempo si è dimostrato un partito capace di autonomia di pensiero e coraggio, ed è per questo che sono cresciuti i consensi elettorali.

Temi come i disastrosi effetti economici della globalizzazione o i pericoli di un’immigrazione senza controllo, o l’importanza di un legame della politica con il territorio solo un decennio fa non erano all’ordine del giorno. Anzi, a sostenerli si veniva tacciati di arretratezza culturale, di faciloneria politica, di incapacità di porsi al passo con i tempi. Bene: sono stati proprio i tempi a dimostrare che quei temi sarebbero divenuti i punti cardine della riflessione politica dei decenni a venire.

Solamente per questo, chi oggi si ostina a riconoscere nella Lega una tribù di rozzi uomini del Nord o è stupido o – assai più probabilmente – è in malafede. Bene, questo libro, tutta l’attività che vorrei svolgere all’interno della Lega, ha essenzialmente, primariamente questo scopo: spazzare via per sempre dall’agone politico questa malafede.

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Dal momento che in Italia tutto ciò che si contrappone al sistema viene acriticamente combattuto, la prima della accuse che si è rivolta alla Lega è stata quella di essere un fenomeno atipico, un monstrum, per dirlo alla latina. Qualcosa che è capitato qui e non sarebbe potuto capitare altrove. E invece appare oggi del tutto inconfutabile – ma lo appariva anche nei primi anni Novanta –  che la Lega si inserisce all’interno di un processo politico internazionale: quello dell’affermazione delle formazioni politiche etnoregionaliste e populiste.

Due qualifiche che la sinistra cosmopolita – e quanto fa comodo il cosmopolitismo al capitalismo trionfante e becero cui uno sfrenato liberalismo anazionale ha dato tanto, troppo fiato – affibbia a chiunque intenda opporsi con fermezza alla deriva verso l’indistinto e il relativo che pare essere da sempre la sua bussola impazzita. Ma sono in realtà due qualifiche che servono solo a riempirci di orgoglio.

La prima, la parola “etnoregionalista”, è composta da ethnos, che significa “popolo”, e da “regione”, che deriva dal latino regio, “regale”: la regione è un luogo sovrano, un luogo in cui viene esercitata una sovranità, in cui vige un diritto.

Essere etnoregionalisti significa dunque credere debba esistere un popolo contraddistinto da una sua identità e capace di esercitare nel territorio in cui vive la propria sovranità? Bene, se è così – ed è assolutamente così – io non capisco come si possa non essere “etnoregionalisti”. Benvengano dunque oggi i movimenti entoregionalisti e la loro libera associazione a livello europeo, quell’Europa delle Nazioni e delle Libertà che abbiamo visto adunarsi trionfante a Milano il 28 del mese scorso.

E poi l’altra accusa horribilis che scagliano i soloni sinistroidi a chi si pone la semplice domanda della sostenibilità della vita sua e dei suoi connazionali, quella di essere “populisti”. Certo che lo siamo. Certo che lo sono. E di chi dovrei tenere le parti se non del popolo? Che cosa sono io quando metto fuori il naso dal mio piccolo orticello esistenziale se non popolo? E che cosa divento ogni volta che mi pongo il problema della solidarietà, dei diritti umani, della libertà personale ed economica se non popolo?

Il popolo dovrebbe essere il sovrano di questa Repubblica: Articolo 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Questa Italia non è più fondata sul lavoro, è fondata sul parassitismo e sul privilegio. Certo che c’è ancora chi lavora e crede nella nobiltà che da esso deriva, ma non è piu questo il fondamento di uno Stato che ritiene di affrontare l’ormai improrogabile problema della povertà creandone di nuova, e cioè trasformando le pensioni di reversibilità – e sapete tutti che è solo uno dei tanti, dei troppi possibili esempi – in prestazione assistenziale e non previdenziale, cioè slegandola dalla contribuzione effettivamente versata e parametrandola ad un valore ISEE (Indicatore delle Situazione Economica Equivalente) che tiene conto del patrimonio e del nucleo familiare, che detto così sembra niente ma che significa che sarà sufficiente ad una vedova avere un figlio con un lavoretto precario e una casa di proprietà per vedersi ridurre una pensione già misera, con una cancellazione del diritto malcelatamente eversiva.

E che cosa fanno gli intellettuali italiani? Si girano dall’altra parte. Si vendono per una carica, si trastullano di minimalismi borghesotti senza nemmeno accorgeresi che la borghesia – cioè anche loro, se non lo sono già, in un tiro di dadi – è alla fame. Ecco perché sono qui, nella sede dell’unico partito politico rimasto che abbia un popolo, a parlare di cultura.

Io lo so che in tanti vorrebbero che in una sede della Lega non si parlasse mai di cultura. Ed è per questa ragione che lo sto facendo. Perché è ora di dire a queste persone che ostentano una indimostrata superiorità culturale, una vera altezzosità dei pensiero nei vostri, nei nostri confronti, che sono ora dinanzi a una scelta: o la dimostrano, una volta per tutte, questa supposta superiorità culturale – ma non sarà loro facile – o tacciono per sempre.

I faziosi, alle porte. Fuori dalle porte. È tempo. Vorrei portarvi a questo riguardo le parole di Norberto Bobbio, considerato al contempo il massimo teorico del diritto ed il massimo filosofo della politica italiano, ritenuto il nume tutelare, la coscienza critica della sinistra italiana del Dopoguerra, eppure da essa così distante.

Norberto Bobbio odiava i fanatici. Chi oggi dice con ipocrita paternalismo a voi, a noi leghisti, che siamo dei rozzi cui le cose vanno spiegate con un linguaggio diverso, infantile, che le nostre elaborazioni culturali non possono giungere mai a complessità e rigore ma solo a un indistinto balbettio inservibile, magari venato di inscalfibile razzismo, chi oggi ci dice questo è palesemente un fazioso.

Perché chi dice questo non sa o teme di valutare gli uomini, ed allora sputa sentenze di gruppo, accampa considerazioni di una vaghezza e pretestuosità tali che è praticamente impossibile controbatterle. Ecco allora cosa pensava Bobbio dei faziosi: «Dalla osservazione della irriducibilità delle credenze ultime ho tratto la più grande lezione della mia vita. Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare. E poiché sono in vena di confessioni, ne faccio ancora una, forse supeflua: detesto i fanatici con tutta l’anima».

La capacità di analizzare criticamente le cose, senza pregiudizi. Il presupposto di ogni discorso politico. Nella Lega, che è universalmente tacciata di razzismo, io non ho mai visto il disprezzo verso l’avversario politico programmaticamente ostentato dalla controparte.

Me ne sono bene accorto io, che da più di trent’anni opero nel mondo della cultura e che forse per questo potrei fregiarmi dell’ormai da tutti negletto titolo di “intellettuale”. «Ma come? Ti sei messo con quelli della Lega? Con quegli ignoranti? E che ti ci sei messo a fare?»«A fare cultura», rispondo io pacatamente, malgrado il classico sorrisetto tra l’incredulo e l’altezzoso che ricevo in risposta, e che in realtà è solo l’intimorita smorfia di chi ha per la prima volta iniziato a capire che i libri sono tornati ad essere strumenti di lotta.

Che non basterà più citare la trama dell’ultimo sciocco romanzo nei salotti per diventare il maître a penser da due soldi di signore con la pancia piena. Oppure sì, forse servirà ancora a quello, ma il popolo – il vero sovrano della democrazia, il più calpestato oggi dei sovrani – ti riderà in faccia. E questa immensa risata seppellirà per sempre – o per un tempo almeno bastevole a creare una rinnovata idea di futuro – il privilegio e la protervia dei suoi detentori.

Permettetemi di citare ancora una volta Bobbio, che nel 1945 ebbe la lucidità di scrivere parole definitive circa la stoltezza di contrappore la tecnica – e quindi anche la cultura, ogni sapere – alla politica. Scrive Bobbio: «Tecnica apolitica vuol dire in fin dei conti tecnica pronta a servire qualsiasi padrone, purché questi lasci lavorare e, s’intende, assicuri al lavoro più o meno onesti compensi; tecnica apolitica vuol dire soprattutto che la tecnica è forza bruta, strumento, e come tale si piega al volere e agli interessi del primo che vi ponga le mani. Chi si rifugia, come in un asilo di purità, nel proprio lavoro, pretende di essere riuscito a liberarsi dalla politica, e invece tutto quello che fa in questo senso altro non è che un tirocinio alla politica che gli altri gli imporranno, e quindi alla fine fa della cattiva politica».

Ogni volta che si affronta una questione senza avere un’idea del mondo si fa cattiva politica. E come negare che in questo pragmatismo è affogata tutta la propulsione ideale del Dopoguerra. Che cos’è oggi il Movimento 5 stelle se non un’idea di governo del mondo del tutto priva di una concezione dello stesso? E dovrebbe essere questo il nostro più pericoloso antagonista? Oppure la sinistra? Che non è più capace nemmeno di concepire una reale idea di uguaglianza, in ogni cosa: dal sostegno al reddito, alle pensioni alla riforma di questi giorni del credito cooperativo. O che si delizia di questioni di nessuna urgenza quali quelle della Cirinnà dimenticandosi che un quinto degli italiani è al di sotto della soglia di povertà?

Ci sono due aspetti che la Lega va evidenziando da tempo da cui occorre ripartire. Che potrebbero consentire ad essa di essere il punto di riferimento dell’intero centro destra. Questi due punti sono l’affermazione di una rinnovata sovranità nazionale – sempre più compromessa ad iniziare dagli aspetti finanziari – e quello della tradizione. Che non è solamente una tradizione fatta da usi e costumi di una regione o di un popolo, è l’idea stessa di qualcosa che accomuna una gente in termini di sentire e di anima. Il passo più politicamente rilevante ed acuto della riflessione politica di Salvini è stato proprio quello di recuperare la dimensione dell’italianità, la dimensione nazionale.

Questo significa essere di destra? Probabilmente sì. Bene: vi garantisco che la sfida più affascinante che possa vivere oggi un intellettuale che abbia un’idea alta di politica è esattamente quella di ridisegnare i confini ideologici di una moderna destra democratica di popolo. Farlo a sinistra non è una sfida: è già stato fatto. Ed è stato un fallimento. 

A presto.

Edoardo Varini

(16/02/2016)

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