Indovina chi viene (non a cena) nella sede elettorale della Lega

di Edoardo Varini

Scrivo dall’ufficio elettorale della Lega, a Pavia, in Strada Nuova 17, di venerdì 17, che ci sarebbe quasi da avere paura. Ad essere superstiziosi. Ma io non lo sono, e non lo sono proprio, nemmeno alla Peppino De Filippo. Non è che «Non è vero ma ci credo», è che «Non essendo vero, non ci credo». Credo invece che porti iella seminare zizzania e falsità.

Vedo passare davanti all’uscio ragazzini che non sanno nemmeno da che parte sono girati che sussurrano a testa bassa: «fascista», e accelerano il passo. Chi li ha imboccati? Chi ha insegnato loro che è lecito non rispettare il prossimo? E per di più così, senza conoscerlo, per partito preso, per sentirsi indimostratamente migliori. Che è poi l’atteggiamento fondativo del razzismo.

La maggior parte di coloro che entrano però non sono giovani, sono intorno ai cinquanta. E sono persone in difficoltà.
Ieri pomeriggio è entrato un signore che aveva fatto il fotografo sulle navi da crociera e che poi, perso il lavoro e non riuscendo più a pagare le spese condominiali, si è ritrovato per strada. Un ex barbone, uno che poco prima«El purtava i scarp de tennis, el parlava da per lü». E che aveva smesso di parlare da solo ed ora stava palando con me.

E mi spiegava che con la casa popolare ed il reddito di cittadinanza la vita gli era cambiata. E che diceva: «Non prendo tanto ma posso uscire, bere un caffè, fare la spesa, ricominciare a vivere. Prima non avevo niente». Non è difficile da capire, vero? Ma molti fingono di non capirlo. E la cosa paradossale è che costoro dicono di stare dalla parte della gente. Dei lavoratori. Dicono di essere di sinistra. E sono contro anche il salario minimo. Sono contro aprioristicamente.

Ma chi è contro aprioristicamente è fuori dalla dialettica democratica. Completamente. Eppure riescono a darti del fascista. Dalle mie parti si dice “faccia di tolla”.

Costoro pensano che chi non ha il pane per i figli abbia il tempo e la voglia di ascoltare dei gran spiegoni sul rilancio delle infrastrutture e la riduzione del cuneo fiscale.
E non capiscono che la fame è impolitica. Chi ha fame ha un solo tempo, il presente, e nel presente si sta giocando la vita e se non lo aiuti a sopravvivere puoi andare a farti fottere tu, le tue magnifiche sorti e progressive ed il sorriso alla Zingaretti. Indistinguibile da una smorfia da sforzo.

Se è vero che la cultura è fatta di sfumature, vorrei sapere perché la sinistra, che si pensa colta, ha solo il bianco e il nero. Pardon, il rosso e il nero, come in una roulette. La politica come azzardo. Come proviamoci che magari va bene.
Magari non se ne accorgono che siamo dei cazzari patentati. Magari sbanchiamo. O magari ci troviamo in un sottoscala in quattro a cantare Contessa.

Troppo bella. È entrato adesso un venditore ambulante di origine africana. Lo so che viene lunga ma se uso l’altro termine quelli contro il salario minimo mi danno del razzista.
Gli ho comprato il solito braccialetto giamaicano Made in China. Ne avrò comprati 1.000. Sorridendo ha detto che mi vota. «Ma va là».

La cosa rilevante è che questo giovane non ha pensato se vado dai leghisti mi manganellano, ha pensato magari mi danno qualcosa. E così è stato.

La sua finezza di analisi politica è stata incomparabilmente superiore a quella di tanta parte degli appartenenti al partito che «difende il pianeta e non chi lo distrugge». Così, per non esacerbare i toni.

A presto.

 

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