Invettiva agli apallici nel giorno del pallone

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Invettiva agli apallici nel giorno del pallone

Confindustria ha un capoeconomista, Luca Paolazzi, che dice cose orribili ed è oltremodo intempestivo. Perché non si può venire a dire a qualche ora dalla semifinale con la Germania agli europei, a un passo dalla leggenda, che l’Italia è nell’abisso, che le stime del PIL peggiorano al punto che fino alla seconda metà del 2013 di ripresa proprio non se ne parla.

E anche il nuovo presidente di viale dell’Astronomia, anche lui ci si è messo, il Giorgio Squinzi. Ma Perdirindina, ma che cosa gli salta in mente di dire appena dopo i versi postati su Facebook da nuovo Marinetti, Gianluigi Buffon, che la disoccupazione è generalizzata in tutto il Paese? E che non è più solo una questione meridionale e che insomma qui prevedere la fine della china non è mica facile.

Filippo Tommaso, da Uccidiamo il chiaro di Luna: «Uscivamo tutti dalla città, con un passo agile e preciso, che sembrava volesse danzare cercando ovunque ostacoli da superare».

Gigi, da FB: «Adesso l’ostacolo sembra insormontabile, probabilmente lo sarà, ma ora che siamo giunti sin qui dobbiamo osare a spingerci un po’ più in là… verso il SOGNO… verso la FELICITÀ… AVANTI ITALIA!!!!». Verso la felicità.

Non crediate che non comprenda l’entusiasmo sportivo, è solo che sono abbastanza vecchio e della Bassa da aver letto e inteso e dunque amato Gioàn Brera fu Carlo. Confesso di essere un “senzabrera” secondo la definizione di Gianni Mura. Mi manca. Io tante cose le ho sentite dire solo da lui.

Su tutte l’aggettivo “apallico”, privo di palle, riferito ai «piagnoni italici ai quali basta la minima emozione per mettersi a caragnare come vitelli». Immagino che stasera i pianti saranno comunque molti, sotto questo cielo di fine giugno, quando il venticello più fresco della notte farà stormire le messi ancora in piedi. È un’immagine di Verga. Troppo fine per gente di Po, «che gli affluenti investono ringhiando, e oppongono dune di sabbia alla sua corrente sciamannata». È uno dei pezzi più belli di Gioàn, l’Invectiva ad Padrem Padum.

Un’altra cosa che ho sentito dire solo da lui è che di sport non si può scrivere alla maniera grande, perché manca la morte. Può capitare, e ci capita. Ma è un imprevisto. Una partita di pallone non prevede la morte. Una partita di pallone la può vincere «un ragazzetto gracile e denutrito, Peppin Meazza, il Fòlber», cioè l’incarnazione stessa del football.

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Una cosa che può vincere un ragazzino non può essere eroica. Non ci entri nella leggenda con quella, come invece seguitano a dire. Ti diverti, se la guardi e la fanno bene, cosa che capita sempre più di rado. Ma se c’è grandezza umana, nello sport, nasce solo dalla fatica. Quei toni li avrei capiti in un mediano, in un portiere, meno. 

Però adesso sono questi che piacciono ai fiolett, alle ragazze. Quelli che parlano di una partita di fòlber come se fosse una guerra. Quelli che per raggiungere un risultato sportivo hanno patito tanti sacrifici. Quelli che… «Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che è solo una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli…». Scusatemi, ‘starsera m’ha preso così. Con i miei miti di ragazzo. Brera, Jannacci…

Però penso che se qualcuno entrerà nella leggenda, questa sera, saranno i padri che hanno perso il lavoro e staranno lì a guardare la partita con i loro figli affianco come se fosse niente. Quei tanti disoccupati di cui hanno parlato gli “intempestivi” Paolazzi e Squinzi di Confindustria. Quelli che la cialtroneria dei futurismi e delle ferme convinzioni che sempre consentono di raggiungere gli obiettivi la fiutano a distanza. Anche senza aver mai letto un libro. E la evitano. Come la peste.

A presto. 

Edoardo Varini

(28/06/2012)

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