La democrazia dev’essere altro

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La democrazia dev’essere altro

Di David Graeber dicono che sia un antropologo anarchico, per me è soltanto un antropologo che ha un’idea un po’ diversa della democrazia. È stato uno dei fondatori del movimento Occupy Wall Street. È un attivista sociale, il che in certi ambienti paludati è una brutta qualifica. Per esempio a Yale, dove insegnava e non insegna più, non certo per sua volontà. Per lui la democrazia è il tentativo di persone eguali di risolvere collettivamente i propri problemi.

Il meccanismo del voto e della rappresentanza su larga scala, senza alcuna reale possibilità di controllo, che inevitabilmente conduce alla formazione di élites che cercano il consenso per conquistare e conservare il potere, David ritiene sia altra cosa, sia regime.

Lo so, non dovrei dire queste cose in periodo pre elettorale. Ma forse sì, se subito aggiungo che io andrò a votare, che bisogna andare a votare, che il compromesso democratico serve ad evitare una conflittualità più accesa, che può degenerare in violenza.

Nondimeno, detto questo, vorrei aggiungere una seconda cosa. Il compromesso non è accettabile sempre. Non tutto ciò che viene sancito con procedure democratiche è democratico, esattamente come non tutto ciò che viene fatto con strumenti artistici quali tela e pennello è arte. Quel che importa è l’intenzione, quel che importa è la capacità, quel che importa è l’elevatezza dello spirito che informa l’azione. Quel che importa è il risultato.

Se prescindiamo dalla bontà del risultato cadiamo in quella che Hegel chiamava «la ragione esaminatrice delle leggi», che in quanto esaminatrice è superiore alle leggi stesse. Ho l’impressione che andremo a votare senza tenere in gran conto la bontà del risultato. Non essere capaci di autocritica di fronte a pessimi risultati è protervia. Potrei riferirmi a moltitudini di potenti ma, giusto per fare un esempio, parlerò di Draghi. Perché è tra i più spettacolari. 

Lo abbiamo sentito dire ieri che: «Ancora non c’è un miglioramento dell’economia reale» che «i rischi continuano a essere al ribasso rispetto alle previsioni e possono derivare da una domanda interna e dalle esportazioni più basse, dal rallentamento delle riforme, dai fattori geopolitici, dagli squilibri tra i maggiori paesi industrializzati». Già dal “possono derivare” uno capisce che la prima regola è tutelarsi. C’è un’espressione più precisa ma è un po’ volgare e la tralasciamo.


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Le ultime cose – rallentamento delle riforme, fattori geopolitici e squilibri tra i maggiori paesi industrializzati – espresse tra l’altro con una tal vaghezza, trascendono le competenze di Draghi e forse di qualunque altro essere umano e dunque stanno, imperscrutabili e minacciose, quanto le calamità naturali, quanto la Sfinge. Perché occuparsene? Sono parole utili?

Ma la vera perla sono «la domanda interna e le esportazioni più basse». È con l’austerity che si vuole rilanciare la domanda interna? Con il fiscal compact? Riducendo il reddito disponibile?

Invece le esportazioni pensiamo di incrementarle con il supereuro e negando che sia in corso una guerra delle valute e dicendo, come ha fatto il Presidente della BCE pochi giorni addietro, che: «Il tasso di cambio non è un obiettivo politico, ma è un elemento importante per la stabilità dei prezzi e la ripresa»

Sono mesi che Federal Reserve e Bank of Japan svalutano rispettivamente dollaro e yen. Lo stanno facendo, è lì da vedere, non è un’ipotesi. E noi europei tutto ciò che sappiamo fare è attendere e pontificare contro ogni scientificità economica. Ma cosa ispira Christine Lagarde quando afferma: «Noi pensiamo che parlare di guerre valutarie sia esagerato»? Aspettiamo l’eurodollaro a 1,40 e che le esportazioni si inchiodino? Forse sì. Forse è quello che aspettano. Perché l’altra cosa che ti viene da pensare, che non sappiano minimamente quello che stanno facendo, fa ancora più paura.

Frattanto noi italiani siamo cullati dai paternalistici slogan elettorali, uno sfoggio di virilità, alcuni addirittura avanguardisti, il salto nel cerchio di fuoco: «L’Italia giusta», «Forte perché libero», «Onesti e decisi. Senza paura», «Noi difendiamo i deboli e le famiglie», «Per non tornare indietro. L’Italia che sale».

Ma davvero un progetto politico può essere venduto come un detersivo, un cellulare, un paio di scarpe? Davvero la democrazia è quattro parole appiccicate e un programma cantilenato a stento tra piaggerie e finte stizze di conduttori milionari che a telecamere spente si prostrano al potente?

Davvero la democrazia è questa cosa che pialla ogni eccellenza al medio e piega ogni istanza collettiva all’interesse di pochi? Io non credo. Non so se Graeber abbia ragione, ma certo qui c’è molto da ripensare. A partire dalle parole di Gaber: «Libertà è partecipazione». Partecipazione a tutto, andrebbe precisato. Non solamente agli oneri. Forse sarebbe più esatto dire che libertà è condivisione.

A presto. 

Edoardo Varini

(19/02/2013)

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