La divinità: per vederla dovrebbe bastare la percezione del limite

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La divinità: per vederla dovrebbe bastare la percezione del limite

Lo sappiamo, l’Imperatore, il quarto arcano maggiore dei tarocchi, oggi è rovesciato: laddove dovrebbero esserci buon governo e rettitudine vi sono solo stolta ambizione di potere e vanità. Che oscurano tutto. Che fanno sì che delle diseguaglianze sociali non importi a nessuno, che del proprio prossimo non importi a nessuno, che nessuno si curi della sostenibilità economica ed ecologica del mondo, della sua sicurezza, della sua – perdonatemi la parola così terribilmente desueta – divinità.

Quanti siamo rimasti a credere al divino? Sia esso il panteistico divino degli dei o l’immanente divinità del Dio cristiano che non la prendi, che non è come Pan che puoi catturare acciuffandolo per le zampe caprine, ma che se solo la guardi due volte ti sfugge e diventa quel trascendente che ti annichilisce o ti eleva. Meglio di tutti lo dice Sant’Agostino nelle Confessioni. È un brano un po’ lungo, ma vale la lettura:

17.23. Ed ero meravigliato di amarti già, te e non un fantasma. Eppure non pervenivo a un possesso stabile del mio Dio: il tuo fascino mi rapiva a te e subito mi strappava da te il mio peso, e ripiombavo quaggiù, piangendo. E questo peso era fatto di consuetudini della carne. Ma in me viveva la memoria di te, e non avevo alcun dubbio che ci fosse, un essere che richiedeva la mia più profonda adesione: ma ancora non c’ero io, per aderirvi. Perché un corpo corruttibile pesa sull’anima, e la dimora terrena deprime la coscienza affollata di pensieri. E io ero certissimo che dalla fondazione del mondo le tue proprietà invisibili si rendono visibili all’intelligenza mediante le tue opere, e così la tua divinità e potenza eterna. Infatti nell’indagare la ragione per cui apprezzavo la bellezza dei corpi, celesti o terrestri, e la regola in base a cui senza esitare emettevo giudizi sulle cose soggette a mutamento: “Questo dev’esser così, quello no”, nell’indagare dunque la regola di questi apprezzamenti e giudizi, avevo trovato l’immutabile e vera eternità del vero al di sopra della mia mente mutevole.


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Così salivo di grado in grado, dai corpi all’anima che del corpo si serve per sentire e di lì al senso interno, che i sensi del corpo informano sul mondo esterno – il massimo cui giungono le bestie – e di lì ancora alla facoltà razionale, al cui giudizio si propone il contenuto delle percezioni sensoriali; e quando in me anche questa si scoprì mutevole, si sollevò all’intelligenza di sé e distolse il pensiero dalle sue abitudini, sottraendosi a una folla di immagini fantastiche e contraddittorie. E ritrovò la luce che l’aveva inondata quando senza esitare aveva dichiarato l’immutabile migliore di ciò che muta: la luce in cui l’aveva conosciuto, l’immutabile, perché se non ne aveva alcuna idea non poteva esser così certa di preferirlo al mutevole. E giunse infine a ciò che è, nel lampo in cui la vista si smarrisce: e allora sì, vidi la tua invisibile potenza attraverso le tue opere, e compresi… ma non riuscii a fissarvi lo sguardo e ricaddi spossato nei soliti giorni, senz’altro portare con me che la memoria innamorata e struggente: come di un profumo di cose che ancora non potevo gustare.

Pensarsi uomini, io credo, significa avere consapevolezza del limite, ma questa consapevolezza porta necessariamente con sé l’illimitato, il trascendente. La divinità non può per definizione esaurirsi nell’immanenza, perché questo mondo è finito.

Agostino nel brano ci parla delle bestie, dicendo che arrivano fino a un certo punto, a quel che lui chiama «il senso interno, che i sensi del corpo informano sul mondo esterno». Ricordo quel che mi disse una volta l’amico Alberto Torresani, storico tra i migliori che mi sia capitato di conoscere: «Non si capisce se ora si vogliano elevare le bestie a livello umano o abbassare l’uomo al livello bestiale». Temo la seconda cosa, perché se solo guardi il mondo che ti circonda lo capisci. Cani che al ristorante vengono serviti come principi, uomini e donne lasciati a marcire nel fango con i loro figli come cani, l’ostentazione sistematica di un animale come sorta di certificazione di una spiritualità profonda o, ancor più bizzarramente, di personalità. Facendo una cosa che fanno tutti. Curioso. Meno curioso se ti si profila alle spalle di tutto questo il branco. “Social” significa anche gregario. Ricordate. E la coscienza – non me ne abbiate – è un fatto individuale.

A me, sono sincero, pare talvolta di cogliere quel che un animale non può capire: sono per questo mostruoso? Se ambisco a non avere esattamente gli stessi limiti spirituali di un gatto sono ancora degno del civile consesso?

A me, sempre essendo sincero, par di vedere talora l’immanenza della divinità non nell’umanizzazione disneyana di una bestia bensì nell’interezza del disegno sotteso alla Natura. La Natura è maestra di vita, è lei che dobbiamo seguire con la lanterna accesa.

La Natura seleziona. Non è spietata, anzi. Lei sola sa contrastare la morte. Ma lo fa accettandola. La Natura può essere terribile, lo sappiamo, ma non è mai infingarda. Insomma, la penso esattamente come Walter Bonatti, che ebbe a dire: «Quando mi confronto con la natura, per quanto dura e selvaggia e pericolosa sia, essa è sempre sincera, dura ma sincera. L’uomo è subdolo». Aggiungerei che lo è per via di una fragilità impressionante. Che non è solo la condizione mortale a dare. È la cecità.

A presto. 

Edoardo Varini

(26/03/2016)

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