La Mela e i biscotti di Atlante

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La Mela e i biscotti di Atlante

“Google’s iPhone Tracking” titola il Wall Street journal, ma il titolo è impreciso: quel che il motore di ricerca più diffuso al mondo ha fatto per anni è stato seguire le tracce (to track) di tutti gli utenti di Safari, il browser installato da Apple su ogni suo prodotto, e dunque non solo iPhone, ma anche iMac, MacBook Pro, MacBook Air… insomma, tutti. Lo faceva attraverso i cookies (“biscotti”), vale a dire piccoli file di testo che contengono informazioni circa la navigazione. Non sono programmi, non possono agire sul tuo computer, sono solo dati, che però consentono una cosa che con il rispetto della privacy ha poco a che vedere: permettono la tua identificazione.

Doveva arrivare un giovane ricercatore dell’Università di Stanford per scoprire questo arcano, Jonathan Mayer, perché nella Mela, la compagnia dal titolo oltre i 500 dollari e dalla capitalizzazione pari al PIL del Belgio, non se n’era accorto nessuno.

Jonathan è un ragazzone dalla faccia simpatica e i capelli ricci impettinabili, come mio figlio Giovanni. Gliel’ho detto stamattina: «Ma esci con quella testa lì?». Mi ha guardato con la stessa espressione con cui ti guarda Jonathan dalla foto della pagina del suo profilo sul sito del Center for Internet and Society, che sembra dirti: «Sono contento che ti occupi di me, e mi sei anche simpatico. Ma io avrei altro da fare».

Jonathan e il suo compagno di corso Arvin Narayanan hanno lavorato anni alla creazione di un software che non consentisse di essere tracciati. E ci sono anche riusciti, con il loro “Do Not Track program”, e cercherò ora di dirvi come, pregandovi al contempo di perdonare la grossolanità d’esposizione di uno che i capelli ricci impettinabili non li ha più da un pezzo.

Quando un browser richiede contenuti o invia dati attraverso il protocollo di trasferimento di un ipertesto (Hyper TextTransferProtocol, più noto come http) è possibile inserire un’informazione aggiuntiva detta “header” (“testatina) che esprima la volontà dell’utente di non essere tracciato. Tutti i più noti browser, anche Safari, generalmente accettano esclusivamente cookies provenienti dai siti visitati, a meno che… non li si nasconda in una sorta di invisibile contenitore virtuale chiamato “iframe”. Una sorta di cavallo di troia, il più antico simbolo d’astuzia. E non c’è che dire, a Google sono stati astuti, prima. Ora, quando come scusa accampano il dire che i biscotti non contengono informazioni, ammettiamolo: lo sono un po’ meno. Ma ancor meno lo sono in Apple, malgrado i 500 dollari ad azione: «We are aware that some parties are circumventing Safari’s privacy features and we are working to put a stop to it». Ma dai!

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Secondo me di ricercatori con i capelli impettinabili ce ne sono altri, molti altri, sparsi per il mondo e ce ne saranno sempre di più. E loro non lo sanno fino in fondo, perché altrimenti la consapevolezza del compito ne intaccherebbe forse il sorriso – non te lo immagini un Atlante che sorregge la volta celeste spensierato – però quel che stanno facendo è esattamente questo.

A presto.

Edoardo Varini

(17/2/2012) 

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