La saggezza, la grande serietà e il grande impegno

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La saggezza, «la grande serietà e il grande impegno»

Apprendo oggi che il presidente Napolitano il termine “saggi” – con riferimento ai dieci membri delle due commissioni incaricate di delineare un programma comune volto a favorire la creazione di un governo – non l’ha pronunciato mai. È un punto importante. “Saggio” è parola troppo connotata moralmente. Con rispetto parlando, personalmente ho difficoltà a riferire anche soltanto la parola “competenza” a Giovannini, Pitruzzella, Rossi, Giorgetti, Bubbico, Moavero Milanesi su temi economico-sociali ed europei e non ne ho di meno a riferirla ad Onida, Violante, Mauro e Quagliarello in merito ai temi istituzionali. Non per altro, è che non li conosco abbastanza ed ho imparato a non fidarmi aprioristicamente di nessuno. Dunque a chiamarli “saggi” faccio gran fatica; il sostantivo del resto nella mia mente si declina in due modi: il saggio biblico ed il saggio della filosofia greca, prima socratico e poi stoico. Penso del resto che ciò accada a molti miei connazionali.

Il saggio per antonomasia, nella Bibbia, è Salomone, che la saggezza – il cui altro nome biblicamente è “sapienza” – la ricevette da Dio: «Dio concesse a Salomone saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare» (Re, I, 5).

Il saggio per antonomasia nella filosofia greca è Socrate, la cui saggezza consisteva peraltro nella consapevolezza di non sapere. Ad ogni modo, tanto nella visione biblica quanto in quella greca, ai saggi sono contrapposti gli stolti. Conseguentemente, ogni volta che si riconosce in qualcuno la saggezza si riconosce in altri la stoltezza, e fra questi altri ci mettiamo spesso noi stessi. Si va dal saggio perché non lo si è. Non dico sia da escludere l’ipotesi della nostra personale stoltezza, ma certo andrebbe verificata.

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Direi che la cosa più saggia, per restare nel tema, sarebbe evitare di riconoscere superiorità a chiunque se non provatamente. Mai farlo prima. Farlo prima è conformista, è controproducente, è irragionevole è, per l’appunto, stolto. Lo so che ci siamo abituati a riconoscere la grandezza solo negli additati dal sistema, dal potere, e so anche che nella foucaultiana ipermodernità sapere e potere sono indistinguibili, tuttavia tale inveterata abitudine non rende questa pratica meno sciocca. E poi, se le cose si vogliono davvero cambiare, non è con le vecchie pratiche che potremo riuscirci.

Ma tornando a Napolitano, pare egli non abbia mai parlato di “saggi”, dicevamo. Assolto, dunque, senza esitazione. Ma assolto lessicalmente. Nella sostanza? Per quanto concerne il suo atto di nomina delle dieci “personalità”? Be’, qui il mistero si infittisce. Aveva potestà giuridica per farlo? Sì. Ma le commissioni stanno in piedi solo se esiste un governo vigente e questo c’è? No. Che «Un governo c’è già» (e questa, signor Presidente, l’ha pronunciata) è, diremo, incorretto. Un governo deve essere responsabile davanti alle Camere e il governo Monti non lo è. Dicono che potrebbe adottare provvedimenti urgenti, ma non dicono, nessun giurista potrà mai dire, di quale urgenza si tratti. A parte quella di combattere la stoltezza, che tuttavia non richiede altra urgente contromisura che se stessa: «La stoltezza è il castigo degli stolti» (Proverbi, 22-15).

Mi dispiace molto per l’amarezza di Napolitano che si sente lasciato solo dai partiti. Ma gli italiani sono stati lasciati soli più di lui. Anche ora. Senza un governo e con dieci saggi alle porte del Quirinale che saggi non sono e che dovranno occuparsi di materie che ancora non sanno. Ma assicurano che agiranno «con grande serietà e grande impegno nell’interesse del Paese». Forse non sarebbe male che si lasciasse al giudizio altrui il riconoscimento della grandezza propria. Soprattutto quando si è saggi e, socraticamente, si dovrebbe sapere di non sapere. 

A presto. 

Edoardo Varini

(02/04/2013)

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