«Assolvete chi commette l’aborto», dice Bergoglio. Che forse non sa che le madri non possono assolversi

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«Assolvete chi commette l’aborto», dice Bergoglio. Che forse non sa che le madri non possono assolversi

Perdonatemi ma sull’aborto ho una posizione che molti definirebbero retrograda, lefebvriana, forse. Addirittura. Per me l’aborto è un infanticidio. Che poi come annuncia il Papa nella Lettera apostolica «Misericordia et miseria» pubblicata a conclusione del Giubileo, chiunque lo attui – se realmente pentito, va da sé, ci muoviamo pur sempre nell’alveo liquido della morale cattolica – vada perdonato dal suo confessore è cosa perfettamente in linea con l’infinita misericordia del perdono divino.

Tutto ciò che è umano è limitato e dunque meritevole per sua stessa natura di pietà e perdono. Per questa ragione non può esistere l’Inferno, ma nemmeno nei libri di teologia, dal momento che presumere una pena infinita per una colpa di necessità finita è palesemente una sciocchezza. Il teologo svizzero Hans Urs Von Balthasar usciva da questo impasse logico con al formula «L’Inferno c’è ma è vuoto», che è come dire che Dio ha costruito le cose senza uno scopo, un po’ come in tante parti d’Italia i palazzetti sportivi e i viadotti.

Possiamo dunque con ragionevole certezza affermare che l’Inferno non c’è, per questo nei secoli la Chiesa ha incaricato gli artisti di conferire ad esso orrifica sostanza, insistendo allo spasmo sui dettagli più ributtanti della pellaccia squamata di Satana o sull’acuminatezza dei suoi denti, sulle contorsioni dolorose dei dannati  e sul corredo di fiamme all’intorno, sull’ostentazione di sangue, di ossa e carne viva come neanche di balocchi natalizi da Harrods la vigilia di Natale.

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La condanna dell’aborto è già nell’Antico Testamento (Esodo, 21,22) ma la prima condanna formale da parte della Chiesa giunse nel 306. Poi venne Costantino, che lo punì con la pena di morte, al pari di un omicidio.

Io penso che non dovrebbe esistere nemmeno la galera, per come oggi è concepita, penso che nessuno abbia il diritto di mettere un uomo in gabbia. Il che non significa che non debbano esistere punizioni e rieducazioni. Figuriamoci se penso alla pena di morte. Però distinguerei tra la madre del nascituro, se gli fosse stato consentito di esserlo, ed il padre e chi ha soppresso questa vita come si spegne un fuoco sotto una pentola.

L’unica che non punirei è la madre autonegatasi tale. Perché il dolore che porterà con sé non sarà di un giorno più breve di quello della propria vita.

Essere padri è diverso. Se non fai il padre non lo sei. Madre la sei comunque. È una differenza, una superiorità, una responsabilità che riconosco all’altra parte del mondo senza difficoltà alcuna.

A presto. 

Edoardo Varini

(22/11/2016)

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