Le Banche centrali nazionali ed il loro internazionale patatrac

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Le Banche centrali nazionali ed il loro internazionale patatrac

La Banca Nazionale Svizzera ha sganciato ieri il franco dalla soglia minima di 1,20 per un euro decisa nell’agosto 2011, e sui mercati è stato poco meno che se un bombardiere strategico avesse sganciato l’atomica. Ma gli effetti maggiori sono ancora a venire.

Di botto la valuta elvetica si è apprezzata fino a 0,86 euro per poi quietarsi in zona 1,04, e mentre scrivo, la mattina del day after, siamo intorno a 1,01.

La Borsa di Zurigo giù fino a -8%, il timore è quello di 5 miliardi di franchi in meno di esportazioni, assorbite al 50% proprio dall’Europa, ma la mossa era improcrastinabile. Come si possa dire che la BNS abbia agito di sorpresa non lo so. Anzi lo so: credendo alle incredibili affermazioni di qualche giorno addietro del suo presidente Thomas Jordan riguardo all’intangibilità del regime di cambio. Siamo ormai abituati a credere a tutto, ad iniziare dall’impossibilità di non credere a qualcosa. 

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Ma se arriva, come tutti sanno che deve arrivare, il quantitative easing della BCE hai voglia ad acquistare titoli in euro. Sul mercato dei cambi si muove giornalmente un terzo del Pil mondiale, 5 mila miliardi di dollari, di cui 250 riguardano il franco svizzero. Una lepre troppo grande e veloce da prendere, anche per la BNS.

La lezione che se ne trae è inquietante. Le autorità nazionali vengono regolarmente travolte da flussi di capitale a breve tra i paesi in surplus e quelli in deficit di partite correnti, cioè tra chi più esporta beni di quanti ne importi ed altri nella situazione opposta, il che significa che le politiche monetarie tanto strombazzate come equilibratrici non sono altro che millanterie di Banche Centrali che a un certo punto si sputtanano da sole, come è accaduto ieri a quella elvetica ed accadrà a molte, se non a tutte, domani.

A presto. 

Edoardo Varini 

(22/1/2015)

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