«È bene necessario parere di averle»

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«È bene necessario parere di averle»

Nella Francia dell’Ancien Régime ai privilegi della casta burocratica si accedeva per nobiltà di stirpe; in Cina si accedeva al mandarinato per chiari meriti: dovevi essere un letterato e sapere a menadito il pensiero di Confucio. Poi, certo, i mandarini si allargavano, e finivano col credere: «che il buono e misericordioso dio dei cinesi abbia creato apposta la Cina e il popolo cinese perché fosse dominato dai mandarini», come scrisse Antonio Gramsci in Ordine nuovo. Cosa che invero oggigiorno nessun burocrate d’alto rango ha l’ardire di ritenere, non è vero?

A proposito, se lo ricorda ancora qualcuno il concetto gramsciano di “egemonia culturale”? Forse che si sia reso opportuno un ripasso? Eccolo: si ha egemonia culturale in presenza di una classe o gruppo dominante che «sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo».

Una di queste credenze è quella che tali lauti stipendi corrispondano ad altrimenti introvabili professionalità. Non s’è fatta attendere sul tema l’autorevole voce del Presidente del Consiglio, il quale ha prontamente affermato che riducendo certi stipendi «lo Stato faticherà a trovare professionalità di alto livello».

Ora, io non so quante aziende private rincorrerebbero – ma è solo un esempio fra i tanti– chessò, il capo di gabinetto dell’Economia Vincenzo Fortunato per offrirgli 536 mila euro, e tuttavia: ma davvero si crede che esista qualcuno la cui professionalità valga venti-trenta volte quella di un altro? Ora, il privato può anche permettersi di avvoltolarsi immoralmente in questo delirio (esistono manager che guadagnano 5-600 volte lo stipendio di un loro impiegato e che spendono il loro tempo esclusivamente in spostamenti e chiacchiere), ma lo Stato può – e tanto più oggigiorno, in mezzo a un disagio economico dilagante e di cui, per di più, solo i veggenti e gli interessati riescono a vedere l’uscita – lo Stato, dicevo, può consentirsi di indugiare e perseverare in queste palesi sperequazioni?

Lo Stato può fingere di credere che il lavoro di un suo cittadino valga venti-trenta-quaranta volte quello di un altro?

Non viene il sospetto che tutto ciò si fondi su dicerie fatte circolare all’uopo da quella che Gramsci avrebbe chiamato la “classe egemone”? Guardate che la cultura non descrive la realtà, la determina, e si compone anche dei più piccoli dettagli.

È del tutto naturale ed evidente che l’egemonia politica, tramutatasi ormai in larga parte in egemonia di casta, abbia sia l’interesse sia i mezzi per tentare di utilizzare ogni aspetto della nostra realtà culturale per conservare il proprio privilegio. Questa storia della professionalità è una delle più insidiose. Come lo è il “benaltrismo”. «Sì, ma se anche venissero calmierati tutti gli stipendi dei manager di stato, oppure dei parlamentari, questo non inciderebbe che in trascurabilissima parte sulle finanze nazionali», come se fosse l’esito a giustificare la moralità dell’azione e non la giustezza dell’azione in sé.

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Lo so, siamo nella patria di Cesare Borgia e del machiavellismo. E prendiamolo in mano, allora, questo bel libro, Il Principe, e vediamo se ci occorre di trovarvi qualcosa che a questo tema attenga: «A uno principe non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle». No, questo non c’entra nulla…. Allora non esisteva la democrazia.

A presto.

Edoardo Varini

(24/02/2012)

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