L’è el dì di Mort, alegher!

 L’è el dì di Mort, alegher! Borse a picco!


Oggi è Ognissanti, un martedì novembrino che più non si potrebbe, e sono le 17.00. Esatte, non approssimo un bel nulla, ho solo alzato lo sguardo fino all’orologio del Mac. Ecco, l’ho rifatto, e sono le 17.01… Tempus fugit, Tempus edax rerum, “il tempo che tutto divora”, lo sappiamo.

El dì di mort vero e proprio, dunque, è domani, ma dal momento che il giorno festivo è Ognissanti, è oggi che tutti si va al cimitero a trovare i parenti defunti.

Io in verità, a trovare mio padre, non sono andato. Ma mi aspetterà benevolo, ne sono certo. Lui tempo ne ha, a non finire.

L’è el dì di mort, alegher!/Sotta ai topiett (per i non milanesi, “le pergole”) se balla,/se rid e se boccalla (si tracanna). Così scrive Delio Tessa nella celebre poesia che dà titolo alla raccolta del ’32, la sua unica pubblicata in vita. Una vita trascorsa tra via Olmetto, e via Beatrice d’Este, sul viale dei bastioni al 17, mica poi lontano da via Burigozzo, dove devo andare giovedì. Ogni tanto ci penso, al Tessa, andando lì. Dove sono gli studi di Class CNBC, come sanno tutti coloro che come me fan parte di questo sempre più negletto e vituperato e traballante circo del trading, cui forse – a volerla dire tutta – bisognerebbe anche smettere di volere male.

«Eccolì lì, quelli che fanno soldi a palate in un momento, tra uno sbadiglio e il baluginare rosso/verde di una quotazione. Eccoli lì gli “speculatori”, quelli che prosperano sulle grazie e disgrazie degli altri, i parassiti».

Ora, io non sono un trader, e proprio nessuno potrebbe mai accusarmi di guadagnare senza fatica. Sono sempre stato un artigiano, faccio libri. Però di trader ne conosco proprio tanti e vi assicuro che è ora di piantarla di presentarli come dei rapinatori. Che a stare a guadagnarsi la micchetta su una sedia con le rotelle, il mouse in mano e la Dea bendata che ti scorrazza sull’Himalaya dei Footsie, o del Dax o del Nasdaq, o del Dax, o del CAC o del cambio euro/renminbi, per Dio! non è affatto una cosa invidiabile, soprattutto quando il culo che ti giochi è il tuo.

Ma detto questo – e quanto bene ha fatto Giuseppe a dirlo chiaro nella sala dell’incontro che ho organizzato in borsa giovedì scorso, in occasione del TOL: «Ma chi lo rappresenta a livello politico questo mondo? E come possiamo pretendere ascolto senza rappresentanza? E quanti politici e finanche economisti ne capiscono di trading? E lo vogliamo dire quanto folle sia la Tobin tax?» –, detto questo, i tempi sono cupi per davvero. Ma quasi mai l’untore è l’additato. Anzi, mai l’untore esiste. Esiste la peste. A che hanno giovato, Don Lisander, le tue parole: «Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza [quella dell’untore]: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno, le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi».

Ora, qui proprio non c’è da rassegnarsi, poiché la peste finanziaria è fatta dagli uomini. Ma da più uomini di quel che si dice. Nasce dall’abbandono dell’etica e dalla moderazione. Nasce dall’abbuffarsi di quel che non si ha e spesso non si ha nemmeno bisogno di avere. Nasce dal comprare a credito, dal credere ai bisogni inventati dal marketing per non dover pensare a quelli veri. Nasce dall’aver svalutato la fatica, il lavoro, l’uomo. Perdonatemi il tono predicatorio, non era mia intenzione: è che credo le cose stiano proprio così.

Riguardo l’orologio: il FTSE MIB ha chiuso a -6.80. Lo spread Btp/Bund è a 455, massimo storico. Un massacro. Un dì di mort. Non resta, dunque, che tornare vivi.

Edoardo Varini  

(1 /11/2011)

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