Le riforme dai capelli rossi

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Le riforme dai capelli rossi

Il documento prodotto ieri dai 200 partecipanti al plenum del Partito comunista cinese dopo quattro giorni di conclave segreto è comprensibile solo se abbiamo un’idea del divino senso del mondo come coincidentia oppositorum, indifferentemente ermetica, neoplatonica, cusaniana. 

Distintioalteritasdiversitasdifferentia sono state fatte a brandelli, si sono ricomposti nel filosofico ente.

E dunque nell’ente del contemporaneo pensiero economico comunista cinese, troviamo scritto da un lato che: «Bisogna che sia il mercato a giocare il ruolo decisivo nella distribuzione delle risorse» e dall’altro che: «Bisogna mantenere l’autorità del partito», che è poi, come sempre avviene, un’autorità principalmente economica.

Il controllo industriale resta dunque al Partito: nulla è cambiato. Il rosso è ancora nelle strade, non solo nei capelli dei fantasmi.

Se qualcuno crede davvero che nella seconda economia mondiale sarà il mercato ad allocare le risorse si accodi alla lunga fila dei pazzi, o dei creduloni, o degli sciocchi.

La locomotiva del Dragone perde colpi ma si sbrana le altre ad ogni stazione.

E pensare che funziona all’incirca come l’economia pianificata dei piani quinquennali sovietici, che consentiva una cosa oggi per l’Occidente impensabile: una sostanziale indipendenza dal ciclo economico. Ad un prezzo altissimo, è pur vero, anche in termini di limitazione di libertà personale.


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Le difficoltà che si incontrano nell’applicazione di questo approccio sono mille e mille, ad iniziare dalla mancanza dell’elemento regolatore e valutativo del prezzo e dalla scarsa attenzione verso i bisogni reali dei consumatori.

Ma con il libero mercato dove siamo arrivati? Siamo sicuri che la passata attenzione per il consumatore non si sia tutta rappresa nell’idolatria di sua divinità Il consumo?

Il capitalismo cinese, che è un capitalismo di Stato, sa cosa vuole, e vuole tutto, specialmente quando varca i confini nazionali: Sud America, Africa, Medio Oriente.

Per avere quel tutto si assume dei rischi che nessun altro capitalismo potrebbe consentirsi, si vedano i 40 miliardi di dollari per costruire un canale attraverso il Nicaragua, o la diga da 193 megavatt in Cambogia, o la linea ferroviaria in Libia tra Sirt e Bengasi, o le esplorazioni petrolifere in Sudan. Si tratta di imprese a volte statali a volte private, ma poco cambia, dal momento che a sostenerle sono sempre e comunque fondi erogati dalla Stato o da esso garantiti.

Nel documento prodotto dal plenum che ho citato all’inizio il Partito si impegna ad allentare il controllo sugli investimenti, a lasciar fare al mercato. Ma perché cambiare strategia, se stai vincendo?

A presto.

Edoardo Varini

(13/10/2013)

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