Le utopie di Hollande, la strada, il tamburino

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Le utopie di Hollande, la strada, il tamburino

«Ripeto qui davanti a voi, assumendo dei rischi ma anche delle responsabilità, che la curva della disoccupazione può invertirsi entro la fine dell’anno». Così il presidente francese François Hollande ieri dall’Eliseo, nel corso della seconda conferenza stampa del suo mandato, convocata perché la Francia è malata. L’Institut national de la statistique et des études économiques ha annunciato ieri un calo trimestrale del Pil dello 0,2%, pari a quello del secondo e del quarto trimestre 2012. Non è un bel dato, ed ancor peggio è quello su consumi, in calo anch’esso, dello 0,1%.

Le esportazioni sono scese di mezzo punto e l’investimento delle imprese dello 0,8. È così che doveva andare, in questa Europa martoriata da politici senza cognizione né del merito tecnico delle cose economiche né del dolore di chi questa colossale incompetenza – nel migliore dei casi – patisce. Per certi versi è un dolore gaddiano di cui «le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa»«A dover ignorare», perché altrimenti la Germania si incazza, forse più degli stessi francesi a veder vincere il Tour a Bartali nel ’48.

Che la curva della disoccupazione possa invertirsi entro la fine dell’anno, se la dicesse un filosofo, sarebbe un’utopia (ricordo l’etimo greco: ou topos ed eu topos assommati, vale a dire “luogo felice inesistente”), se la dice un capo di stato è semplicemente una pietosa bugia, e va da sé che non si tratta di una pietà rivolta alla nazione ma alla propria traballante credibilità.

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Il primo punto per riuscirci, secondo François, nell’utopica impresa, sarebbe un «governo economico dell’Eurozona che si riunisca ogni mese intorno ad un unico presidente… che armonizzerà le politiche fiscali e lancerà una battaglia contro le frodi», quando è a tutti noto che Berlino intende rinviare l’unione bancaria al 2018 e che la confusione che regna ai suoi vertici è colossale: non ci vorrebbe molto a capire che se un paese è, come la Germania, basato per il 60% sull’export diretto alla UE, non è affamando l’Europa, dunque i compratori, che si potrà pensare di cavarsela ancora per molto.

Ma certo che se si ha un cancelliere che crede il benessere economico figlio della virtù, va da sé che il peccatore non avrà mai redenzione, a meno che non recuperi la virtù con l’espiazione mortale del fiscal compact. Ti perdonerò dopo che ti sarai impiccato.

Ora abbiamo la nuova parola magica, industrial compact, ovvero politica, patto industriale europeo. A pronunciarla suona quasi come l’altra ma è il suo esatto contrario. Richiede spesa pubblica, investimento. Se pronunciata con convinzione può essere la soluzione. Ha poco a che vedere con le politiche economiche liberiste fin qui perseguite. È il cartello lungo la strada che indica la direzione opposta: rimpatrio dei capitali, rilocalizzazione, rilancio del manifatturiero. O la si seguirà questa direzione o presto le strade, come cantava Dylan in Mr. Tambourine man, saranno «troppo morte per sognare», «and the ancient empty streets too dead for dreaming. Hey mister Tambourine man play a song for me…».

A presto. 

Edoardo Varini

(17/05/2013)

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