L’estate di Mario

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L’estate di Mario

Io vorrei che l’estate di Mario fosse un po’ come L’estate di Giacomo, quella narrata dal bel film di Alessandro Comodin che sta per uscire ora nelle sale e che vinse lo scorso anno a Locarno il Pardo d’oro nella sezione “Cinéaste du présent”.

È una storia vera, che si svolge in una zona che ben conosco per averci fatto il militare, San Vito al Tagliamento. Sono terre in cui il cielo è spesso gravido d’azzurro, al punto che a volte ti pare di avvertirne il peso, ti pare d’essere Atlante, malgrado la maglietta e i pantaloncini corti, come Stefania e Giacomo, nel film.

Sovvengono i versi di Mallarmé: «La serena ironia dell’eterno azzurro opprime, bella indolentemente come i fiori». Il lungometraggio narra una vicenda vera, e lo fa con insuperabile realismo: l’interprete, è il protagonista della storia. Una storia che nasce da un’operazione chirurgica: l’impianto cocleare, una neuroprotesi che ripristina la funzione uditiva.

Giacomo e Stefania, la sua compagna verso l’azzurro specchiato del Tagliamento, si conoscevano davvero. Prima del film. Il ragazzo è il fratello del migliore amico del regista, la ragazza è sua sorella. Ciò che il ragazzo non conosceva in precedenza era il suono, e lo fa ora, con una ragazza, verso il fiume. E il suono è per intero la dimensione dei sensi ed i sensi sono la dimensione della vita, fino allo scarto della scelta, di quella scelta che ti fa scegliere tra i sensi e diventare adulto.

Non si può percepire sempre tutto, si impazzirebbe, prede del timore che incute il Dio più demoniaco nell’aspetto, il Dio pastore con gambe e corna caprine e il volto barbuto, instancabile, parossistico inseguitor di ninfe: Il grande Dio Pan del romanzo di Arthur Machen e di una sterminata, secolare letteratura.

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Ecco io vorrei che anche Mario, che «non è più un ragazzo e non scappa di casa» per citare il verso di Pavese che più mi affascinava sedicenne, imparasse a sentire. Ad ascoltare, a percepire autenticamente la realtà. Per esempio a smetterla di spremere la rape, perché non è vero che a forza di farlo il sangue non esce. Per esempio ad iniziare davvero a chiedere conto degli sprechi.

La richiesta di conferma delle dimissioni del Governatore della Sicilia Raffaele Lombardo va chiaramente in questo senso, è ottima cosa, e poco importa che la formula sia “inusuale e anomala”, come dicono alcuni. È anomalo anche redigere sistematicamente i bilanci sottostimando le voci di spesa per poi nel corso della gestione introdurre gli importi mancanti non derivanti da alcuna intervenuta novità.

Lo si sapeva anche prima, ma era comodo nasconderlo. Erano comode le “entrate fantasma”, come le definisce il vicepresidente di Confindustria Lo Bello, comode per accumulare 5 miliardi di euro di debito, senza la verifica di alcuna società di revisione.

Queste cose devono finire. Devono. Ora più di sempre.

A presto. 

Edoardo Varini

(18/7/2012)

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