«Possiamo dire con triste certezza»

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«Possiamo dire con triste certezza»

Credo anch’io che questo governo oggi alle camere non salterà, perché forse anche all’irresponsabilità c’è un limite e soprattutto perché la classe politica che lo sostiene e compone è terribilmente insicura di quale sarà il proprio destino se si dovesse andare alle urne ora. E questo vale per falchi e colombe del Pdl come per l’intero Pd.

«L’Italia corre un rischio irrimediabile e fatale» dice “il giovane Letta” in Senato, ed è vero, ma probabilmente è meno vero che la ritrovata stabilità politica lo scongiurerebbe. Meglio, certamente, ma non sufficientemente.

La politica non è pratica della speranza ma costruzione dei suoi presupposti. E qui i presupposti per scongiurare il baratro non ci sono. Il commissario degli Affari economici della Ue, Olli Rehn, ha ribadito ieri che: «La stabilità politica in Italia è necessaria per permettere di prendere le tante importanti decisioni che sono indispensabili per tornare a crescere e creare posti di lavoro». Bastasse quello. Bastasse la stabilità.

Occorrerebbe la volontà politica di una redistribuzione del reddito, di una riduzione della fiscalità sul lavoro e sulla produzione, occorrerebbe una politica industriale seria.

Le tabelle diffuse ieri dall’Istat ci dicono che in Italia la disoccupazione giovanile è oltre il 40% e quella generale oltre il 12%. Prima della crisi, nel 2007, era del 6,1%, un raddoppio in 5 anni, un dato pessimo: si pensi che nell’area euro il dato medio è dell’8% e che in Germania la disoccupazione è al di sotto del valore pre crisi. Tra il 2008 e il 2012 abbiamo perso un milione di posti di lavoro. Quell’8% medio per noi è irraggiungibile, lo sarebbe con una crescita del Pil del 2% l’anno per i prossimi sette anni: fantascienza.

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L’incapacità di riforma del sistema pubblico e l’enormità di un debito fuori controllo (il 132,9% del Pil) sono una morsa a cui difficilmente potrà sottrarci la prossima legge di stabilità da consegnarsi al Parlamento e a Bruxelles entro la metà di ottobre.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, gli 800.000 dipendenti federali lasciati a casa senza paga per il mancato accordo al Congresso sul bilancio colpiscono l’attenzione mondiale ma non sono in fondo che una mise en scène, e non tanto e non solo perché l’accordo entro il 17 ottobre verrà trovato – dal momento che i repubblicani non potranno certo accollarsi la responsabilità di un default, nemmeno quel gruppetto di ultraconservatori che hanno provocato questo “shutdown” – quanto piuttosto perché il debito pubblico americano verrà acquistato sempre, ed ancor più nei momenti di crisi. Del nostro debito possiamo dire con triste certezza che avverrà l’inverso.

A presto. 

Edoardo Varini

(02/10/2013)

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