«Sempre stenta chi mal si contenta»

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«Sempre stenta chi mal si contenta»

L’ho imparato da Raymond Roussel, cambi una lettera e trasmuti il senso dell’intera frase. Recita il proverbio «Sempre stenta chi mai si contenta», e come non accogliere con favore un invito alla moderazione, al saper apprezzare quanto si ha?

E va bene. Ma poi ho letto della Legge di stabilità approvata ieri in Consiglio dei Ministri. E mi è venuto da cambiare una lettera. Da trasformare il “mai” in “mal”.

Sicché il proverbio diventa come il titolo di questo articolo: «Sempre stenta chi mal si contenta», che è un po’ come dire che non sempre chi si accontenta gode. Perché in genere per ottenere le cose necessarie bisogna pestare i piedi, occorre a volte fare la voce grossa, e farla in tanti. Occorre sempre farla in tanti in democrazia. E questa volta, in occasione del via libera a questa Legge di stabilità, è forse il caso. Perché accontentarsi di questa manovra non si può. Perché è insufficiente, perché è malfatta.

S’era detto che il punto cruciale sarebbe stato la riduzione del cuneo fiscale: questa manovra assegna alla soluzione del problema 10,6 miliardi in tre anni, troppo poco. Si parte nel 2014 con 2,7 miliardi, di cui 1,5 miliardi serviranno a ridurre l’Irpef per le fasce medio basse, che passerà per chi ha reddito compreso tra i 15 e i 28 mila euro dal 27% al 26%. Che cosa cambia? Che cosa cambia quando con il solo nuovo tributo sui servizi, il Trise, quella persona, quella famiglia, andrà a spendere più che lo scorso anno con la Tares e la tanto dibattuta Imu?

Quaranta milioni andranno invece alle imprese per la riduzione dell’Irap. Quaranta milioni, senza vergogna. E un miliardo per la riduzione dei contributi sociali. Cifre che significano talmente poco che accontentarsene non solo sarebbe controproducente, ma addirittura colpevole.

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Ci assicura il Governo che nel triennio 2014-2016 le tasse sulle imprese si ridurranno di 5,6 miliardi e quelle sui lavoratori di 5. Defiscalizzazione dell’Irap fino a 15 mila euro per i neoassunti, anche se andrà dimostrato che le assunzioni siano effettivamente aggiuntive rispetto alla media dell’organico. Perché se non fossero aggiuntive rispetto alla media? Allora no? Ma se il costo del lavoro è insostenibile, perché non ridurlo comunque? Ma lo vogliamo capire che non è più tempo di giocare?

L’altra misura di rilievo, questa volta immagino per rilanciare i consumi, è il blocco degli stipendi e degli straordinari per gli statali, molti dei quali hanno già stipendi da fame.

C’è chi dice, è da non credere, che questa manovra da 26,5 miliardi per il triennio 2014-2016: «È una manovra che porta l’Italia fuori dalla recessione, e la riporta a un livello di crescita sostenibile attorno al 2%». Non è un passante, è il Ministro dell’Economia e delle Finanze del Governo Letta Enrico Saccomanni.

Che forse non sa che non più tardi di una settimana fa il FMI ha lanciato l’ennesimo allarme sulla crescita dell’economia italiana, che quest’anno non ci sarà, sarà una decrescita, -1,8%, e il prossimo anno, se tutto andrà proprio bene, sarà dello 0,7%.

Perché far credere agli italiani che questa manovra sia garanzia di salvezza economica per questo Paese (perché una crescita del PIL del 2% sarebbe la salvezza)?

Perché non nutrire mai un più profondo e doveroso rispetto dei cittadini e delle istituzioni? E della verità?

A presto. 

Edoardo Varini

(16/10/2013)

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