Luigino, suicidato di Stato

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Luigino, suicidato di Stato

Si è suicidato il 28 novembre ma che l’ha fatto per aver perso tutti i risparmi investiti in obbligazioni subordinate della Banca Etruria l’abbiamo saputo soltanto ieri, dopo che i familiari hanno ritrovato sul suo computer la lettera in cui motivava il suo ultimo gesto.

L’ultimo gesto è venuto dopo una serie di rimostranze e richieste di aiuto inascoltate. Durate quattro giorni. O non gli rispondevano o gli rispondevano che non si poteva fare niente, che avrebbe perso tutti i suoi soldi. Così a partire dall’entrata in vigore del decreto “salva banche”, il 24 novembre.

Tutto quel cercare disperatamente un rimedio, un seppur parziale rimedio, sta lì a dirci che l’ultimo gesto, se avesse potuto, l’avrebbe evitato, Luigino D’Angelo, 68 anni, che si è impiccato alla ringhiera delle scale che conducono alla taverna nella sua villetta a schiera in via Ugo La Malfa. A Civitavecchia. Alle 16.40, mentre la moglie gli stava preparando i vestiti per la sera. Era prevista un’uscita a cena. E poi a ballare. Luigino se gli avessero consentito di vivere avrebbe vissuto. Sapeva come fare.

Quel che non gli è riuscito di sapere è come riavere almeno in parte i suoi soldi. Non gli è riuscito di evitare che la banca lo classificasse come investitore ad altissimo rischio giusto per non dover rispondere di aver venduto un prodotto senza alcuna garanzia di rimborso a un pensionato, le obbligazioni subordinate. “Subordinate” indica proprio quello, che ti pagano dopo, in subordine. Dev’essere per quella parola che Luigino non le voleva comprare. Un problema, per Banca Etruria. Risolto da una funzionaria mandata allo scopo dalla sede centrale di Arezzo: «Luigino stai tranquillo, anche i miei genitori hanno fatto questo tipo di investimento. Se non fosse stato sicuro glielo avrei impedito io, non ti pare?».

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Come lui altri decine di migliaia, centinaia.

Hanno salvato la sua banca, ma non hanno salvato lui. Ma non salveranno loro.

Il premier dice di Luigino, di quelli come Luigino, che non sono stati truffati. Perché hanno consapevolmente acquistato prodotti ad alto rischio. Ci vuole tanta di quella malafede per dirlo che a metterla per terra ci viene fuori una montagna che arriva al cielo. Una montagna di merda.

Nessuno dei dirigenti della banca risulta indagato, nemmeno Pier Luigi Boschi, che di Banca Etruria è stato vicepresidente, già multato da Bankitalia nel novembre 2014 per: «violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza».

Cha la banca in cui lavorano il padre e il fratello di Maria Elena Boschi fosse in pessime acque lo si sapeva da anni, ed il piccolo premier ci aveva già provato a darle una mano con il cosiddetto investment compact, un decreto che ha imposto la trasformazione delle popolari in società per azioni con l’abolizione del voto capitario (ogni socio è titolare di un singolo voto, indipendentemente dal numero di azioni possedute).

Gli acquisti da Londra iniziarono 5 giorni prima dell’entrata in vigore del decreto, il 20 gennaio 2015, e corrisposero ad un aumento di capitale di 47 milioni di euro in meno di un mese. Ma non bastarono.

E venne il decreto “salva banche”, che sì recepisce la direttiva europea, ma non in toto, eliminando la trasparenza: tutte le notizie, le informazioni ed i dati relativi alle attività di risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento sono coperti da segreto d’ufficio.

Di nascosto. Come i ladri. O gli assassini.

A presto. 

Edoardo Varini

(10/12/2015)

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