L’uomo verde e la Cattedrale di Vigevano: il comizio di Salvini e la cultura che viene

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L’uomo verde e la Cattedrale di Vigevano

Il comizio di Salvini e la cultura che viene

Sono arrivato alla vigevanese Piazza ducale che erano da poco passate le 18.30, a comizio iniziato. Traversando una delle tante sere di vaporosa ardesia della bassa, in sella alla mia moto, parcheggiata facilmente a ridosso della meta.

Alle spalle la facciata concava della cattedrale del Caramuel e di fronte un quarantenne con un maglione verde scuro, pantaloni più scuri e un contorno di sorridenti collaboratori, e una ragazza dai capelli rossi.

E l’amico Centinaio, Giamma, capogruppo in Senato, che risponde al mio saluto e mi fa segno che ci parleremo di lì a poco. Se sono lì è per un primo incontro con l’uomo dal maglione verde e la barba, che non smette di parlare di normalità, di cose semplici eppure in Italia, chissà mai perché irraggiungibili, come la gratuità degli asili, la priorità nell’assegnazione delle case popolari ai suoi, ai nostri connazionali, l’introduzione di una fiscalità sostenibile, un orgoglio identitario che non è mai, ma proprio mai arroganza, l’assurdità dei dibattiti governativi in corso a fronte di una dilagante occupazione.

L’uomo dal maglione verde scuro è Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord. I collaboratori sono il vicesindaco Andrea Ceffa, il consigliere regionale Angelo Ciocca, l’ex senatore Roberto Mura e l’assessore Valeria Fabris, la ragazza dai capelli rossi. Vigevano questa sera pare proprio una perfetta immagine dell’Italia, come ebbe a dire Calvino della Vigevano mastronardiana.

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Vigevano, che sui giornali di domani non avrà ascoltato questa sera parole importanti, perché questo comizio non verrà riportato che in due righe della “Provincia Pavese” – commenta Matteo con amaro sorriso – Vigevano ha un nemico solo. Che è lo stesso dell’Italia intera. Questo nemico è la rassegnazione. Ed è la cosa più vera tra le vere cose enunciate in questa piazza.

Ecco, è il momento. Giamma dice a Matteo che sono qui. E lui si gira. Ci diamo la mano e ci guardiamo negli occhi. Da uomini. Senza bisogno di dire. Matteo lo sa che al partito manca solo di scoprire la profonda cultura che lo sostanzia. Che permea ed informa quella che lui chiama “normalità”.

Che a trascinare le persone sono gli ideali e la loro storia. Le loro tradizioni, che sono la sola possibilità di un’identità, che sono il presupposto della coscienza valoriale di una gente umiliata e sofferente ma viva. Combattente. Rassegnata ai governativi e scriteriati azzardi sull’altrui pelle mai.

Matteo lo sa perché sono qui. Per farla finire a tutti coloro che guardano la Lega come a un partito da ignoranti semplicemente perché è un partito popolare.

Bene, vorrei dire a questi signorini che la cultura è condivisione. E che non esiste nulla di più auspicabile, alto e culturalmente probante della condivisione delle tue idee da parte del tuo popolo.

Edoardo Varini

A presto.

(18/10/2015) 

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