Ma se impedite alle banche nazionali di imbottirsi di debito sovrano chi lo farà al posto loro?

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Ma se impedite alle banche nazionali di imbottirsi di debito sovrano chi lo farà al posto loro? 

Chi mi legge lo sa che non nutro particolari simpatie per l’arroganza teutonica in materia finanziaria. Però questa volta – perdonami ministro dell’Economia Pier Carlo, perdonami premier Matteo da New York – hanno ragione loro. La vexata quaestio, quella che è stata dibattuta oggi e lo sarà domani all’Ecofin in corso ad Amsterdam, è se sia o meno accettabile la proposta olandese e tedesca di introdurre un tetto ai titoli di stato nella pancia delle banche.

Mettiamola che più semplice non si può. Prestereste denaro a qualcuno che già ha un debito (tendenzialmente crescente) che supera del 40% il suo reddito annuale e che si prevede l’anno venturo – ma ci vuole davvero una fede cieca e sorda per crederlo – possa guadagnare al più l’1%. Bene, chi acquista titoli del debito pubblico italiano oggi fa questo. Una cosa abbastanza strampalata, non è vero? Abbastanza rischiosetta? E allora chi la fa? In oltre il 70% dei casi soggetti italiani, banche italiane. Che impiegano la liquidità in arrivo dalla BCE non per finanziare l’economia reale – non sia mai: c’è da fare la fatica di valutare modelli di business e attività – ma per accaparrarsi titoli di stato.

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Poniamoci una semplice domanda: che cosa accadrebbe qualora venisse imposta alle banche commerciali una limitazione negli acquisti di titoli di stato? (cosa che del resto avrebbe una finalità più che comprensibile: spezzare il rischio che un fallimento sovrano si trasformi irreparabilmente in una crisi bancaria). Accadrebbe che il nostro debito pubblico non lo comprerebbe più nessuno. Perché che si tratti di bond a rischio zero è la cosa più falsa del mondo. Anche se fino ad oggi questa valutazione è stata consentita.

Le nostre banche sono in assoluto le più esposte ai titoli sovrani. A fine 2013 l’esposizione ammontava a 260 miliardi di euro, ora siamo a 389 miliardi, pari all’11 per cento dei bilanci bancari.

E se qualcuno sospetta che non ce la possiamo fare si sente rispondere che «la priorità oggi e della direzione della politica economica europea per la crescita e gli investimenti» (oggi, Renzi). Ma quali investimenti? Se banche italiane non fanno altro che comprare debito pubblico? E lo devono fare, sennò – pensano nella stanza dei bottoni – crolla tutto l’edificio. Ma l’edificio crolla lo stesso. Perché è marcio nelle fondamenta. È tempo allora di ripensare ad una vera politica economica e del lavoro. Qualcosa che non per caso viene definita “strutturale”. Solo che la classe politica non sa farlo ed impedisce che lo si faccia. E allora? Dobbiamo fare da soli, costruendo al contempo nuovi progetti ed una nuova classe politica. Facendoci nuova classe politica.

A presto. 

(22/04/2016)

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