Non ce la fanno

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Non ce la fanno

Non ce la fanno. A rispettare gli esseri umani ed un minimo, imprescindibile, doveroso senso di giustizia, ma vorrei dire anche del ridicolo, non ce la fanno. Questa notte maratona al Senato per l’approvazione del maxiemedamento alla Legge di Stabilità su cui il Governo ha messo la fiducia.

Tra le altre e molte cose si voterà sul reddito minimo, vale a dire la garanzia di una minima forma di sostegno finanziario per chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena e che magari avrebbe diritto a non dormire sotto una coperta di cartone in mezzo alla strada.

Una cosa sacrorsanta. Ma non ce la fanno.

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Non ce la fanno già nel nome. Perché non si chiamerà “reddito minimo” bensì: «Sostegno di inclusione sociale». Il bisogno non lo si può nemmeno nominare.

Questi poveri certamente assai più ricchi di spirito di molti nostri parlamentari, non cercano l’inclusione sociale. Per dirla giusta. Cercano prima altre cose. Cercano il pane, un letto, un tetto. Questa non è ancora inclusione sociale.

L’inclusione sociale verrà dopo, se verrà, e costa molto ma molto di più. Significa consentire di cogliere le opportunità che una società ha da offrire, significa non dover restare ai margini. Significa potersi pagare delle buone cure, delle buone scuole per i figli, il tempo per un libro, il libro.

A questo sostegno, il Sia, il governo pensa di destinare 40 milioni l’anno per i prossimi tre anni.

Il Sia verrà destinato ad alcune aree metropolitane.Bene, il 27,6% della popolazione italiana che vive in aree densamente popolate è a rischio povertà. Peggio di noi solo Grecia, Bulgaria e Lettonia.

Stiamo parlando di 5,52 milioni di persone, cui difficilmente nel prossimo paio d’anni capiterà di migliorare la propria situazione. Vogliamo essere ottimisti? Facciamo che solo per 2 milioni tra loro la povertà diventi una realtà. Verrebbero dati 20 euro all’anno ciascuno.

Il ministro del lavoro Enrico Giovannini se ne dice soddisfatto.

A presto. 

Edoardo Varini

(26/11/2013)

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