Non credete ai miracoli

«Non credete ai miracoli, contateci ciecamente»

È questo che vogliono da noi? Che facciamo nostra questa legge di Murphy? Ma davvero qualcuno pensava che bastasse l’entrata in scena di Monti per fugare tutti i dubbi circa la nostra credibilità? Ma possibile che pur di far notizia si finga al mattino di credere che in giornata il FTSE MIB andrà alle stelle e lo spread tra titoli decennali italiani e tedeschi scivolerà d’incanto sotto i 400? E si finga poi la sera d’essere stupiti del contrario? La verità vera è che notizie non ce ne sono. Possibile che nella nostra percezione la salute futura dei mercati mondiali sia legata all’episodio dell’ultim’ora? O ancor più (cioè ad ancor meno), all’elevazione di una dichiarazione a fatto?

Il consigliere della BCE Jens Weidman dice al convegno EuroFinance una banalità da far sembrare arguto il maresciallo Jacques de La Palice («Non è una buona idea identificare la Banca Centrale come la salvatrice di tutti»). E il dollaro scivola sotto 1,37. Ma cosa pensate che faccia questa gente dalla mattina alla sera se non disperdersi in un manierato chiacchiericcio. Studiano i dati? Se sì: quando? Considerate le cose. L’economia potrà crescere solo se la gente potrà spendere, e finché l’unica soluzione sarà tagliare la spesa pubblica e i salari l’economia non potrà mai crescere.

In Italia poi il problema salariale ha assunto proprozioni insostenibili. È questa la nostra tara, più ancora dell’enormità del debito. Nella classifica delle buste paga lorde dei trenta paesi più industrializzati aderenti all’Ocse, l’Italia figura al 23esimo posto. Nella classifica che considera solo il salario netto la Nuova Zelanda ci è davanti. Ma di un bel po’, quasi come nel rugby.

Non è molto che mi sono appassionato al rugby, nemmeno una decina d’anni. È uno sport nobile come nessun altro. Talmente nobile da non ammettere la fortuna. Vince sempre il più forte o, per meglio dire, non vince mai chi non lo merita. E l’economia è un po’ tale. È l’esatto contrario della volatile finanza, per non dire del trading, dove si punta in attesa che esca il nostro numero alla roulette (in realtà chi vince non lo fa, ma chi perde, e sono quasi tutti, fa così).

In economia vince sempre la mischia. «Crouch, touch, pause… engage!». L’economia è sempre impoetica, o meglio, ha una sua poesia fatta di fatica. Fatta di lavoro. Che parola strana, lontana, dimenticata. Quasi quanto il nome di quel tal di Treviri che diceva che non bisogna appropriarsi del lavoro degli altri…

A presto. 

Edoardo Varini 

(14 novembre 2011)

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