Otto minuti, lo schianto

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Otto minuti, lo schianto

Partire di mezza mattina da Barcellona e volare di lì a poco a 11.500 metri, a 900 km orari, con visibilità ottimale. Serenamente. Poi, dopo mezz’ora, perdere quota. Ma non in picchiata, come rapaci di alto volo:  in volo librato, come i gabbiani.

Quasi 10.000 metri di discesa. Negli otto minuti prima dello schianto. Contro il massiccio des Trois-Évêchés, nelle Alpi marittime francesi. Alta Provenza. Dove sgorgano le acque del Verdon. Che tra Castellane e Moustier Sainte Marie frangono la terra orridamente, formando le gole che scoperse, insieme al can can, la Belle Ėpoque.

Quasi 10.000 metri di discesa. In otto minuti. Senza che nessuno dei due piloti lanciasse il «Mayday». Perché?

È successo ieri. Ai 144 passeggeri di un Airbus 320. Non ne è sopravvissuto alcuno. I loro resti ora si confondono a quelli del velivolo, sopra mezzo chilometro di roccia. E sono resti anche di bambini piccolissimi. E di ragazzi.

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I vertici Lufthansa dicono che è stato un incidente e che non vogliono speculazioni. Che il terrorismo non c’entra. Un portavoce della compagnia dice che lunedì quell’aereo era stato fermato per alcune ore per via di un problema al portellone anteriore del carrello.

Ad ogni modo la scatola nera con le conversazioni svoltesi all’interno della cabina di pilotaggio è già stata ritrovata.

Sappiamo anche che ci vorranno giorni per evacuare i corpi dalla zona. E che la zona per i soccorritori è pericolosa e instabile. Sappiamo anche che nel primo pomeriggio, poche ore dopo il disastro, la temperatura è scesa sotto lo zero. Che c’è stata neve. E raffiche di vento.

Non sappiamo niente.

A presto. 

Edoardo Varini

(25/03/2015)

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