È forse giusto ed è forse non scontato che un candidato al Consiglio comunale di Pavia, da pavese, dica che cos’è per lui la sua città. Che non è una grande città, in realtà. Ma lo diventa se l’hai vista con gli occhi da da bambino.
Che Corso Cavour ti sembra Boulevard de Montmartre e il Ticino il Danubio, e l’Università un labirinto di cortili che in una nebbiosa sera di novembre possono condurti diritti all’altrove, ed il Ponte Vecchio il luogo in cui il demonio, in cambio del benestare alla costruzione, non ha avuto l’anima di un pavese ma di un cane.

Perché i pavesi sono furbi, almeno nella leggenda.
La leggenda che la maestra Storti ci fece scrivere sui quaderni a righe “di terza”, che per noi le righe “di quarta” erano ancora troppo difficili.

Le foglie autunnali dai boschi, le rose per la maestra in maggio e le greche solitamente a forma di castagna o di doriche geometrie semplificate che separavano i dettati dal resto.

Lo so che non lo crederete, e specialmente chi mi ha conosciuto da adulto, ma io da bambino ero puntuale, preciso e curato,. Mi alzavo alle 6.30 anche se il Carducci era oltre strada per vestirmi di tutto punto sotto il grembiule nero ed avere il tempo leggere il coro dell’Atto secondo del “Conte di Carmagnola”:

«S’ode a destra uno squillo di tromba; / A sinistra risponde uno squillo:/ D’ambo i lati calpesto rimbomba / Da cavalli e da fanti il terren. / Quinci spunta per l’aria un vessillo; / Quindi un altro s’avanza spiegato: / Ecco appare un drappello schierato; / Ecco un altro che incontro gli vien».

Bene, questi versi, come direbbero i giovani d’oggi, mi gasavano a bestia, ed andavo scuola come volando, anche perché là c’era la Fata turchina, che forse mi avrebbe degnato di un mezzo sorriso o, fortuna delle fortune, mi avrebbe chiesto di andare a studiare il pomeriggio a casa sua.

Turchina come i capelli di mia nonna paterna, Anna, non so se allora si usava. Lei sì.

Pavia l’avevo già nel sangue, conoscevo a menadito ogni angolo del centro storico, anche perché è lì che ho sempre abitato. Più esattamente al suo limitare. Alla Minerva. Con quel donnone ciclopico di bronzo che dopo aver letto “La Venere d’Ille di Mérimée” quasi mi metteva paura.

La bicicletta, senza di lei (non essa, perché era una persona, probabilmente una ragazza) Pavia diventa un’altra cosa. In bicicletta ti sembra di essere un falco: hai tutto lì, planandoci sopra a colpi di pedale.

Il giro dell’argine, dopo lo studio, più giorni che no. Oppure il nuoto in via Folperti o la corsa, quasi sempre. La mattina sul Lungoticino sottostante il Copernico e nel pomeriggio a seconda: nella bella stagione al campo Coni e d’inverno tra i due ponti, su per Porta Milano e poi a scendere; oppure la 10 km: fino a Travacò.

Se ho imparato una cosa, flaneggiando per Pavia, è che i luoghi hanno un anima, che i muri e le statue ti parlano, che se un angolo ti affascina è perché c’è o ci sarà o c’è stata una ragione.

Non è creduloneria, datemi retta, è proprio così. E non devo spiegarlo ai pavesi.

Come non devo spiegare loro la magia dei meravigliosi cortili che talora fanno capolino e non sono diversi da un’epifania.

Il pavese in effetti sa fare tante cose ma non una, anche quando sarebbe proprio il caso di farla: prendersi sul serio.

Non c’è niente da fare. Ho frequentato Milano abbastanza da non poter dire che questa è una bella cosa, però è, ed è una differenza. Che vale come tale. Vogliamo chiamarla con un sorriso “biodiversità”?

La mia giovinezza è stata un po’ da topo di campagna e un po’ da topo di città. Di campagna per via materna, i miei nonni abitavano alla Serafina. Di città per via paterna, tra piazza del Carmine, viale Matteotti e la Minerva, appunto.

Mio nonno paterno, Faust morì che avevo 6 anni. Faust non Fausto, ed alcuni pensano che la sua vita avventurosa sia originata da quell’elisione, da quella “O” che avrebbe dovuto esserci e che invece non c’era.

Si narra che il prete non volesse battezzarlo e all’anagrafe divenne forzatamente Fausto. Ma lui è sempre stato Faust.

Quando qualche amico andava a chiamarlo dicendo: «C’è Fausto»?, gli veniva risposto sempre un secco: «No, c’è Faust».

E soprattutto è stato Faust nell’anima. Non aveva proprio nulla di diabolico, era la persona più buona del mondo. Era lo sguardo, Irrequieto. Di chi era nato in un’epoca sbagliata, dalla parta sbagliata del fiume. Di chi era nato per i cambi di battaglia, troppo forte e pugnace per far di conto o scrivere.

Era del Novecento, preciso, del 1900. Quello delle vecchie Singer che cuciono gli spolverini di percalle e dei lampi di magnesio e degli aerei scintillanti come gli occhi del ragazzi.
Quella cosa lì. Quella cosa memorabile.

Nel ’17 si arruolò volontario negli arditi. Non so voi, ma io di uno che a 17 anni va in prima linea ad assaltare all’arma bianca le postazioni austriache ho rispetto. Non c’entra che era mio nonno. C’entra che se anche è una cosa cruenta è una cosa grande.

Quando andavo a casa sua, ma già i quattro pacchetti di Gaouloises al giorno lo stavano uccidendo, staccava da un soprammobile un cucchiaio di legno e mi rincorreva e mi diceva «Vieni qui che ti prendo, vieni qui». E sorrideva.

E poi cantava. «Se non ci conoscete guardateci sul viso / veniamo dall’Inferno andiamo in Paradiso / Bombe a man e copli di pugnal».

A ma questa cosa che sai di non avere la Grazia («veniamo dall’Inferno») e che quanto più conta per te è raggiungerla («andiamo in Paradiso») ha sempre commosso. E mi commuove ancora oggi, mentre scrivo.

Non è una cosa fascista. È prima. È una cosa di quando gli uomini avevano un’idea eroica della vita. È una cosa antichissima. È la cosa che ci fa leggere l’Iliade ed erigere monumenti equestri ai condottieri.

A Pavia di monumento equestre abbiamo il Regisole, che nemmeno sappiamo bene a quale monarca o condottiero sia dedicato. E che per questo però è ancora più universale. È che per questo è ancora più magico.