Perché Lega, perché Fracassi, perché Pavia

di Edoardo Varini

Chi mi conosce lo sa. Sa che sono un editore finanziario di formazione umanistica che dopo anni ed anni di tecnicismi per gli iniziati del più disumano fra gli esoterismi, quello finanziario, si è posto una semplice questione, una questione che sovente prima del “mezzo del cammin di nostra vita” non ti puoi permettere.

E la questione è una questione esistenziale. Quel che sto facendo, quello che ho fatto fin qui, tiene conto delle mie aspirazioni più vere, della mia più vera natura, della mia idea morale di giusto e di bene, delle mie conoscenze del mondo e degli uomini?

La mia risposta fu sì, ma solo, ma molto, ma troppo parzialmente. Questo perché è mancato l’aspetto sociale, dell’impegno sociale, che per me fa tutt’uno con l’impegno politico, e già questo può farvi capire da che parte sto.

Sto con l’equità sociale ed i diritti umani, in primo luogo. Una cosa che, non me ne vogliano i faziosi di ogni risma, non è di destra né di sinistra. Non me ne voglia alcuno nemmeno se come primo fra i diritti umani pongo quello al sostentamento proprio e della propria famiglia, che è poi il diritto alla vita. È il cuore del patto sociale: se non lo rispetti, la nostra modalità di convivenza e la giungla divengono indistinguibili.

Se ci sono nostri connazionali che muoiono di umiliazioni e di fame e non ce ne curiamo, e non tuteliamo il loro diritto alla vita – ad un vita dignitosa, aggiungo – non diveniamo correi della loro disgrazia e come tali inadeguati, inidonei a pronunciare le parole libertà e democrazia?

Mi chiedo se a tutti coloro che antepongono le ragioni ecologiste a quelle del lavoro sia mai balzato in mente che tra gli ecosistemi da difendere vi sia anche quello sociale, fatto di uomini, donne, bambini, famiglie cui è affidata la nostra stessa continuità.

Me lo chiedo perché è un ecosistema che prima dell’irrompere sulla scena dei tanto vituperati movimenti populisti un ventennio addietro non stava più difendendo nessuno. Troppo vorace, troppo brutale, troppo subdolo il capitalismo trionfante per opporvisi.

Dal momento che il capitalismo è apolide,  amorfo e non identitario per definizione, va da sé che il primo passo per opporsi non al liberismo in quanto tale ma al suo assoluto imperio, sia recuperare il senso di un’appartenenza e di un’identità: è quanto definisce il concetto di comunità. Ancora prima che a definirlo giungano religioni e filosofie.

Scrivo queste note a pochi metri dalla casa che fu di Foscolo a Pavia. Cito dal suo Dei Sepolcri: «Dal dì che nozze e tribunali ed are / Dier alle umane belve essere pietose», questa la foscoliana ed a parer mio inarrivabile, imperfettibile definizione di civiltà.

La parola che racchiude questo concetto di appartenenza identitaria, culturalmente, geograficamente e linguisticamente connotata è “Nazione”. Piaccia, non piaccia, non rileva. Questa è la parola.

Se al concetto di “Nazione” leghi la componente affettiva – e come potresti non farlo – giungi diritto ed incontrovertibilmente al concetto di “Patria”.

Ogni popolo ha una patria ed ogni popolo ha il diritto all’autodeterminazione. Ogni popolo è sovrano sulla sua terra. Si chiama “sovranismo”.

Sono riusciti ad assegnare a questo termine significati aggressivi, deteriori, folli. Ma non sono riusciti a convincerne i popoli.

Non a caso sono vent’anni che i movimenti populisti avanzano in tutta Europa. Ove a partire dalla loro comparsa hanno triplicato i consensi.

In Italia abbiamo avuto la Lega, ora al governo e sempre più forte ad ogni elezione. Gli sciocchi dicono che sia un caso, coloro che magari si vantano di essere istruiti e non sanno cos’è lo Zeitgeist, lo «Spirito del tempo».

Dicono che il populismo distingua fra privilegiati e no. È vero. È la base del pensiero sociale, è il fondamento del pensiero evangelico. Potete certo essere in disaccordo, ma siete in disaccordo con il Vangelo.

Dicono che il sovranismo porterà alle guerre. Ma alle guerre porterà la fame che la supremazia capitalista impone a interi popoli, a intere nazioni, cui un sistema di comunicazione assoldato e prono ha fatto perdere perfino il ricordo dell’autodeterminazione.

Bene, ho risposto al primo dei perché del titolo. «Perché Lega?».

Quanto al secondo quesito, «Perché Fracassi?», il candidato sindaco leghista di Pavia, risponderò con massima brevità. È un argomento locale, me ne rendo conto. Ma la dimensione locale non ha minore complessità di quella nazionale.

Nell’affrontarla occorre anzi qualcosa in più: la competenza diretta sulle problematiche del territorio ed una solida esperienza amministrativa. Sono queste le due skills, le due competenze di Fabrizio Fracassi, pavese doc che quando parla ti guarda negli occhi e misura le parole non per timidezza ma per rispetto del suo interlocutore. E fa una bella differenza.

«Perché Pavia?». Perché è la mia città. Perché qui sono stato bambino e ragazzo e poi uomo. Perché conosco le emozioni che ti promana ogni via, ogni piazza, ogni monumento. Perché è attraversata da un fiume meraviglioso che in certe giornate sembra più azzurro del cielo. E perché è una città in cerca di riscatto.

Pavia è una città universitaria, ma non è più una città colta. Da tanti anni ormai. Ostenta cultura come farebbe un pescivendolo con i pesci sul suo banchetto al mercato. Ma non ne produce di nuova non ne inventa, è sterile.

Abbiamo allora due cose. Come nei compiti di geometria o nell’ultimo capolavoro di Duchamp, «essendo dati», «étant donnés». Abbiamo a livello storico e continentale e nazionale un contestuale duplice bisogno di maggiore equità sociale ed autodeterminazione dei popoli.

Considero Pavia il luogo in cui tentare di corrispondere con la massima decisione e fermezza a questo bisogno. In cui compiere questo esperimento, che dovrà essere anche un’impresa fondativa, di ordine culturale, di ordine valoriale.

«Si son persi i valori», dicono tutti. «Bene, iniziamo a darglieli», dice la Lega. Da Pavia.

Lo dico io, che scrivo queste righe, insieme agli altri pavesi Fabrizio Fracassi, Gian Marco Centinaio, Angelo Ciocca, Roberta Marcone e Jacopo Vignati. Insieme ai militanti, ai simpatizzanti ed a tutti gli elettori che la Storia metterà alla prova a fine maggio.

 

 

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