Prince, e l’ascensore per chissà dove

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Prince, e l’ascensore per chissà dove

È morto Prince Roger Nelson, ieri, in un ascensore della sua villa di Paisley Park, a Chanhassen, non distante da Minneapolis. Non so se avesse schiacciato un bottone per salire o per scendere. Non ha nessuna importanza. Ora che è morto. Se scegli il Paradiso o l’Inferno conta solo da vivo. Poi, quando hai smesso di respirare, o non sceglie nessuno, o è qualcun altro a scegliere per te.

Sospetto che Prince, avendo scelto la musica, avesse optato per il cielo, malgrado altri possano non aver capito che la musica come la sua non la suoni se non hai le dita azzurre e siano assolutamente convinti che droghe e sesso siano terreno del diavolo. Può essere.

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Il ricovero di una settimana fa per overdose di oppiacei potrebbe essere un’indicazione sulla causa della morte, che sarà l’autopsia odierna a svelare.

La prima volta che vidi il folletto di Minneapolis fu su un giornale che ogni tanto mi capitava di leggere, sarà stato il 1980, il “Corriere boy”. Un amico mi chiese: «Hai sentito parlare di un certo Prince?. Secondo te c’è?». «Madonna se c’è». E c’è stato.

La sua musica non è il mio genere. Troppo veloce, troppo mescolata, troppo liquida, troppo aerea, troppo da folletto, per l’appunto. «Un vulcano funky che erutta colori» come lo definì Anthony Kiedis dei Red Hot chili Peppers.

Però, come dicono i giovani, “massimo rispetto” e gesto delle corna. Che sta per “I Love You” ad un concerto rock, che sta per “Non ho paura degli spiriti” in un’urna etrusca.

A presto. 

Edoardo Varini

(22/04/2016)

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