Prodigium multo taetrius

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Prodigium multo taetrius: teratologia dei credit default swap

Sul foglio con cui Jamie Dimon, il presidente e CEO di JPMorgan, era solito gironzolare per il quartier generale dell’istituto per far la spunta alle cose da verificare, come con la lista della spesa, come una massaia in un Wal-Mart Supercenter, non c’era scritto: «Non perdere due miliardi di dollari». Forse nemmeno: «Conosci un po’ meglio i tuoi manager». Se c’era, è una voce ancora da spuntare.

Quella che a fine aprile Jamie aveva definito «a tempest in a teapot», «una tempesta in una teiera» (non tradurrò «in un bicchier d’acqua», perché questa storia è londonian che più non si può) Jamie l’ha ora riconosciuta quale: «a terrible, egregious mistake».

Da noi, dietro l’etimologia di “egregio” (ex grege, “fuori dal gregge”) echeggia ancora l’atterrito belato dell’agnello migliore da immolare agli dei; da loro, fra i figli di Albione, rimbomba il belato forse ancora più struggente del per sempre “diverso”, del monstrum, della creatura malcreata che dal gregge si staglia per orrore, il bicefalo da ceroplastica teratologica, il madornale errore, per l’appunto. Scrive Kafka, probabilmente di sé:

«Possiedo uno strano animale, metà gattino e metà agnello […] Ha l’inquietudine di entrambi, per questo non sa stare nella sua pelle. […] Talvolta balza sulla sedia accanto a me, mi appoggia le zampe anteriori sulla spalla e accosta il muso al mio orecchio. Pare che mi dica qualcosa e in verità poi si sporge e mi guarda in faccia per vedere l’impressione che mi hanno fatto le sue comunicazioni. Per essere compiacente, fingo di avere capito e annuisco. Allora salta sul pavimento e fa un balletto. Per questo animale forse il coltello del macellaio potrebbe essere una redenzione, ma avendolo ereditato, gliela devo negare. Perciò dovrà aspettare finché gli manchi il fiato, anche se talvolta mi guarda con intelligenti occhi umani che invitano ad agire con intelligenza» (Un incrocio, 1917).

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In termini finanziari l’analogia regge perfettamente, perché il rischio di quell’incrocio, del prodigium, del signum, del portentum, del monstrum, insomma del credit default swap, lo capiscono in pochi e forse nessuno, e comunque non certamente Ina Drew, malgrado i suoi 15,5 milioni di dollari di stipendio, la donna who grins like a cheshire cat, che ha il sorriso del Gatto del Cheshire, o forse diremmo qui meglio del Gatto Mammone, da “Mammona”, il nome in aramaico della smodata, demoniaca avidità. Ina avrebbe dovuto valutare il rischio dell’hedge fund da 374 miliardi gestito da Bruno Iksil, il direttore finanziario del Chief Investment Office, che uno si immagina grande ed invece sono 30 persone appena, su 270.000 dipendenti. Inversamente proporzionali al danno.  

“Balena di Londra”, chiamavano Bruno i colleghi, per i suoi trade giganteschi che si abbattevano sul mercato scatenando ingovernabili turbolenze, come se Moby Dick fosse transitata sotto il Tower Bridge; oppure “Lord Voldemort”, perché invece dell’”Anatema che uccide” scagliava scommesse da 200 miliardi l’una: «Avada Kedavra»,  e la più potente tra le maledizioni senza perdono era nell’aria.

Il credit default swap è un derivato creditizio: io ti pago perché tu mi copra se il mio debitore fallisce. La Balena aveva accettato questa scommessa, aveva preso quei soldi per farsi garante del rischio, il rischio rappresentato dall’indice CDX.NA.IG.9, composto da 121 grandi società nordamericane. La Balena disse: «Garantisco io per loro», ma quelle aziende hanno continuato ad andar male, e le perdite sono lievitate ad oltre 200 milioni al giorno.

Ora, come può una banca investire tanta parte dei mezzi propri in operazioni tanto speculative? Perché la norma che dovrebbe impedirlo è inapplicata, si chiama “Volcker rule”, dal nome dell’economista ex presidente della Federal Reserve, gran pescatore a mosca. Ma con la pesca a mosca, si sa, ci prendi le trote: le grandi carpe melmose restano sul fondo, nella Geenna.

A presto. 

Edoardo Varini

(15/05/2012)

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