Tobin… Mumble… mumble… Boooom!

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Tobin… Mumble… mumble… Boooom!

Angela Merkel , 9 gennaio 2012: «È ora di introdurre la Tobin Tax, una tassa per cui combattiamo da anni». 8 gennaio 2012, cioè ieri, David Cameron: «L’idea di una nuova tassa europea non applicata da tutti non penso che sia un’ipotesi fattibile. Quindi noi la bloccheremo». Monti – cattedraticamente, è inteso –  non lesina buon senso (secondo Cartesio la cosa meglio distribuita al mondo, dal momento che nessuno pensa di esserne sprovvisto): «Sarebbe necessario che i paesi non vadano (inciso grammaticale: ma non ci vorrebbe il congiuntivo imperfetto, “andassero”?) avanti da soli nell’applicazione della tassa».

Ma che sarà mai questa Tobin Tax? Facile a dirsi: una tassa che prevede di colpire in maniera modica tutte le transazioni sui mercati valutari al fine di frenare la speculazione, stabilizzare i mercati e raccogliere risorse da destinare al raggiungimento di obiettivi globali. Generalmente si parla di un’aliquota compresa tra lo 0,05 e l’1% (la seconda è l’aliquota proposta dalla Commissione Europea per l’Eurozona).

Sembra una cosa assolutamente auspicabile, tanto più che a idearla fu un premio Nobel per l’economia, James Tobin, ex consigliere economico di J.F. Kennedy e professore alla Yale University, insomma, uno di cui forse ci si potrebbe anche fidare… Epperò… Epperò sorge spontanea una domanda: perché mai questa manna discesa dal cielo, questo divin linimento giace da quarant’anni nei cassetti inapplicato?

Per due ragioni. Anzitutto perché o lo applicano tutti i paesi finanziariamente avanzati (a livello internazionale, intendo, non è certo questione di questa o quella nazione europea in più) o anziché frenare la speculazione la si aumenta, perché aumenterebbero gli arbitraggi. La seconda ragione, più recente, è che i grandi istituti bancari sono sopravvissuti alle pesanti svalutazioni causate dalla crisi dei mutui subprime proprio con gli ampi margini consentiti dall’attività di trading di breve termine.

Ora, pensare che Londra, di gran lunga la maggior piazza finanziaria europea, si autoflagelli per amor dell’Europa, è qualcosa che chiunque conosca un minimo la storia e l’animo dei sudditi di Sua Maestà non può che trovare ridicola. «Una pallottola alla tempia della City, l’ha definita il cancelliere dello Scacchiere George Osborne, uno che non più tardi di venti giorni fa ha bollato le politiche verdi europee come “fardello” per le imprese britanniche. Diciamocelo, suvvia: l’interesse nazionale è l’unica stella che brilla sopra l’Europa. E che sia forse una stella luciferina è cosa da interessare ancora troppo poco e pochi.

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A parte Monti, forse, che comunque dovrà fare i conti col fatto che la maggioranza del capitale di Borsa Italiana è detenuto dalla London Stock Exchange, vale a dire la Borsa di Londra. Ricordo che meno di un mese fa la LSE ha acquisito il 100 per cento del Ftse, l’indice di riferimento della borsa londinese, e questo al fine di colpire la presenza straniera nella finanza britannica (basterebbe portare dal 15 al 25 per cento il livello di capitale di cui viene richiesto l’investimento presso la piazza londinese). Insomma, disegnassi ancora fumetti, nella nuvoletta di Monti scriverei: «Mumble… mumble». E dopo magari anche «Boooom!» (esplosione).

A presto.

Edoardo Varini

(9 gennaio 2012)

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