Un gesuita che predica agli uccelli

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Un gesuita che predica agli uccelli

Il cielo di Roma non è mai stato così aperto. La finestra della Loggia delle benedizioni non è mai stata così chiusa. La luce che si accende è inquadrata da un telaio bianco come la veste papale, indossata da un uomo dal nome che ancora non c’è.

A portarlo è un anziano che in quel momento ha paura della terra e del cielo e della piazza, di quella moltitudine abbracciata dalla pietra che attende la sua voce. È il cardinale protodiacono Jean Louis Pierre Tauran, da Bordeaux, dove fanno il vino più buono del mondo.

Ma Jean Louis questa sera non ne ha bevuto un goccio. Se rotea la testa e strabuzza gli occhi è solo perché sta facendo una cosa più grande di lui e forse, per chi ha fede, più grande di chiunque: annunciare l’identità del Vicario di Cristo in Terra. «Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam. Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum Giorgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio, qui sibi nomen imposuit Franciscum».

La piazza si tace, perché quei nomi nessuno se li aspetta. Il primo, che poi in realtà sarebbe Jorge Mario, è di un altro anziano, un argentino settantasettenne che nemmeno due ore prima era l’arcivescovo di Buenos Aires ed ora è papa Francesco, l’altro nome che ammutolisce la piazza.

Non te l’aspetti che nell’oliatissimo ingranaggio della pompa vaticana il neoletto vescovo di Roma piazzi questo granello di sabbia: il nome del “poverello di Assisi”, l’ispiratore di quegli ordini pauperistici che furono per la Chiesa prima una spina nel fianco e poi un’eresia.

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E si partì con le corciate sul Monte Rovella, nel biellese, a cavare Dolcino dal suo fortilizio tra i cadaveri dei compagni morti, divorati per vivere, e a strappargli con le tenaglie arroventate il naso e il pene, e a bruciarlo, senza che mai egli levasse alcun lamento.

Né ti aspetti che sia un gesuita a farlo, se solo ricordi che fu un papa francescano, Clemente XIV, ad abolire nel 1773 la Compagnia del Gesù «per la pace della chiesa».

Nei secoli i membri della Societas Iesu furono accusati di molte cose, dalla corruzione della gioventù al regicidio, dal’avidità di denaro alla brama di potere. Il rapporto con il potere, la vera pietra per affilare l’anima.

Dicono che l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario, diplomato tecnico chimico e poi dottore in filosofia e poi teologo e poi professore di letteratura e psicologia, nel 1983 abbia tolto la protezione a due sacerdoti che lavoravano nella baraccopoli “Bajo Flores:  Orlando Yorio e Francisco Jalics. E che per questo i militari li abbiano rapiti.

Ma poi vennero liberati e non credo, come dicono alcuni, perché i militari non trovarono accuse – i lacchè che hanno venduto l’anima al potere i capi di accusa li trovano sempre, per Dolcino ne trovaron a bizzeffe – credo che sia come dici, Francesco, perché sei andato a cercarli.

Magari mi sbaglio. Ma so delle tue posizioni in difesa dei poveri, anche contro il tuo governo, di cui hai detto: «Piuttosto che prevenire le ineguaglianze hanno scelto di renderle perfino più grandi».

Per quel nulla che conta, per me ciò ti basta a meritare quel nome, Francesco, di quell’uomo che un dì «cominciò a predicare agli uccelli ch’erano in terra». E che sono volati oggi sul comignolo della Cappella Sistina. O attendono, non più silenti, in Piazza San Pietro.

A presto.

Edoardo Varini

(14/03/2013)

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