Una ginestra a Cavezzo, provincia di Modena, due passi da Concordia

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Una ginestra a Cavezzo, provincia di Modena, due passi da Concordia

L’ennesima scossa, in Emilia. Ma la sente l’intero Nord Italia, perché la magnitudo è 5,8, come la prima, quella del 20 maggio. È partita da un luogo imprecisato tra i 5 e i 10 chilometri dabbasso, da quel che i sismologi chiamano “ipocentro”.

Se sali a piombo, in verticale perfetta, arrivi all’”epicentro”, anche questa volta nel modenese, vicino a Mirandola, la città di Pico, il Conte di Concordia, quella concordia che non è qui un nome astratto. È un paese, Cuncordia, in cui ci puoi vivere. La concordia un paese in cui vivere: la coincidenza disvelatrice.

Così vicino a Mirandola, l’epicentro, da far crollare la facciata del Duomo. Così vicino da uccidere anche un uomo, in via 25 luglio, Polo industriale. Era un dipendente della ditta Aries, apparecchiature e prodotti medicali.

Il distretto biomedicale di Mirandola lo chiamano “Plastic Valley” ed è il più grande d’Europa, così grande che per trovarne di maggiori puoi andare in due soli posti: Los Angeles e Minneapolis. Lontano da qui. Da dove tutti ora vorrebbero scappare. Dove le scosse arrivano a mietere vittime con la frequenza dei passeri sulle terrazze a beccare e così forti che abbattono le case e i capannoni, che le sentono anche alle scuole di Firenze.

Come alla media Pieraccini di viale Spartaco Lavagnini, da cui professori e ragazzi sono corsi via verso il punto di raccolta in Piazza dell’Indipendenza. A vedere la statua del Peruzzi – no, non quella del Perozzi di “Amici miei”, che non c’è ancora, e che penso che s’ancora s’attardano a farla la faccio io – ministro dei lavori pubblici al tempo di Cavour e poi ministro dell’interno con Minghetti.

Edmondo De Amicis l’avrebbe chiamato «formicolio di ragazzi» questo vociante accorrere verso la piazza, Edmondo il frequentatore del celeberrimo “salotto rosso” fiorentino di Borgo de’ Greci, condotto dalla signora Emilia Toscanelli, che di Ubaldino Peruzzi ministro fu la moglie.

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Quando Emilia era una ragazzina come quelle d’oggi in fuga dai rischi del terremoto, scrisse sul suo diario: «Mi levo alle sei e dopo vestita e pettinata, mi metto al lavoro fino alle otto, ora di colazione; dopo questa, ciondolo un poco, sto da mamma e mi rimetto, poi verso le nove al lavoro fino alle undici. Da detta ora fino alle due mi occupano a vicenda il disegno, l’inglese, la lettura, ecc. ecc. e molto ancora le lettere che sono obbligata a scrivere spessissimo. Dopo il pranzo gioco al volano e mi occupo poi un pochino».

Qualche anno dopo al suo futuro marito scrisse: «Caro il mio Ubaldino, sono felice della mia sorte, felice di appartenenti, felice dell’avvenire che mi si para dinanzi, felice felicissima della stima, dell’amore che ti porto e che mi porti… A te consacro quei giorni che mi rimangono di vita, a te ogni mio pensiero, ogni cura, ogni affetto… in te mi affido quanto creatura può affidarsi in questo mondo. Le parole che si scrivono restano indelebili ed eterne».

Questo ha portato via la scossa delle 11.50 a Cavezzo – che è venuta mentre già avevo preso a scrivere – dove abita un mio caro amico cui sono vicino. È venuta e ha portato via una donna, sepolta nel crollo del mobilificio Malavasi. Via Giacomo Leopardi 15. A lei, una ginestra. 

A presto.

Edoardo Varini

(29/05/2012)

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