Un’altra strage in mare: un problema sempre più italiano

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Un’altra strage in mare: un problema sempre più italiano

Un anno fa, il 18 aprile del 2015, un barcone di legno di 21 metri si capovolse nel Canale di Sicilia per la semplice ragione che in troppi, dei circa mille che vi erano a bordo, avevano deciso di spostarsi simultaneamente dalla stessa parte dello scafo per farsi soccorrere da un mercantile. 281 sopravvissuti e 800 vittime, la più grande tragedia di migranti del Mediterraneo di cui ci sia giunta notizia. Tanti i bambini morti, tra morti adulti di tante etnie: Algeria, Egitto, Somalia, Senegal, Nigeria, Mali, Zambia, Bangladesh, Ghana. Tante le donne morte: più di 200.

Papa Francesco disse allora che si trattava di uomini e donne come noi, che cercavano la felicità. Ma io non credo che noi sappiamo ancora cercare la felicità. Per cercare la felicità occorre assumersi un rischio, mentre non assumersi alcun rischio pare essere l’unica cosa che importi a noi italiani.

E se questa scelta pare non propriamente nobile ma comprensibile quando ci si trova in una condizione di benessere o comunque di relativa serenità, diventa la più vile e scellerata quando i diritti e le libertà intorno a noi si restringono, quando aumenta la povertà, quando scompare la nostra possibilità di migliorare le condizioni economiche, culturali e sociali perché il sistema in cui viviamo è sempre più bloccato, sempre più asfittico, sempre più entropico, sempre più incapace di adattarsi, sempre più incapace di sopravvivere. Di affrontare qualunque emergenza.

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La prova? Una fra milioni.

Il 12 aprile di quest’anno, qualche giorno fa, c’è stato un nuovo naufragio, sempre nel Canale di Sicilia. La stessa tragedia. I morti sempre centinaia, nello stesso tratto di mare, si parla di 2-300 profughi e migranti affogati mentre cercavano di raggiungere l’Italia dalle coste dell’Egitto e della Libia. Dopo la chiusura della rotta balcanica e la limitazione degli sbarchi in Grecia successivi all’accordo tra UE e Turchia i migranti cercano di accedere all’Europa dal Nord Africa, ma non più dalla troppo pericolosa Libia, da Alessandria. Dei 520 scafisti arrestati nel 2015 ben 150 erano egiziani. Frontex dice che a marzo sulle isole greche sono approdati la metà dei migranti del mese precedente, mentre sulle coste italiane sono raddoppiati.

Il nostro ministro degli Esteri Gentiloni dice che questa tragedia «è una ragione in più per dire all’Europa che in questo momento non deve innalzare muri, ma moltiplicare i propri sforzi». Vorrrei dire al ministro: l’Europa sta già moltiplicando i propri sforzi, ma per innalzare muri. E non smetterà perché lo dicono il Papa o Gentiloni. Il problema è nostro. Le coste sono nostre e i muri in mare non puoi erigerli, L’Europa è esclusivamente un giogo finanziario, non ve ne siete ancora accorti? E le mura di oricalco, “il rame della montagna” puoi costruirle solo con l’immaginazione, solo ad Altanide. Non si possono erigere mura in mezzo al mare.

Se qualcuno si aspetta di risolvere il problema immigrazione con l’aiuto dell’Europa o è un illuso, o è un idiota. Si dialoghi con i Paesi di partenza. Fregandosene degli interessi franco-tedeschi, delle promesse al vento, dei gesti puramente scenografici, delle dichiarazioni di principio. Si vada al cuore delle cose. Se gli altri paesi europei erigono muri – e lo stanno facendo – i migranti arriveranno dal mare. Le coste più vicine sono nostre. Bisogna non farli partire. Non c’è altra soluzione. Ed è una soluzione – come ogni altra soluzione, ad iniziare da quelle finanziarie –  percorribile solo al di fuori dell’Europa. Con un’autonomia diplomatica nazionale.

A presto. 

Edoardo Varini

(19/04/2016)

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