Il rapporto tra copista e manoscritto – Settima puntata

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Il rapporto tra copista e manoscritto. Terzo ambito di incertezza

L’ultimo ambito di incertezza che richiede una domanda di teoria riguarda l’identità del copista: innanzitutto, chi è? Qual è la sua funzione intrinseca? Sebbene miranti a uno scopo del tutto differente, proviamo a rispondere con le parole del grande mitologo Károly Kerényi (in foto), che, per la loro bellezza, riportiamo per intero:

«C’è pur sempre qualche cosa che si può individuare con sicurezza anche maggiore, perché è “dato” in modo ancor più immediato: intendo la condizione dell’artista al momento della creazione. Non resta nessun’altra constatazione che, in ogni caso, resista a qualunque critica, quanto quella dello stato di fatto puro e semplice che l’artista si trovava nella condizione d’essere afferrato e commosso, preso, posseduto dalla cosa rappresentata. Questa constatazione dev’essere intesa in senso ristretto, quasi triviale: non ci si deve sentire più di quanto possa essere lasciato sussistere dalla critica più severa e conseguente. Ogni cosa che fu partorita rende testimonianza del fatto che qualcuno ne fu pregno, e chi la portò non era interamente libero [miei i corsivi]».

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Il copista, trasponendo le parole di Kerényi nella critica testuale, non è un operaio, ma un artista. Ed è un artista che si trova «nella condizione d’essere afferrato e commosso, preso, posseduto dalla cosa rappresentata»; e che, consapevole di ciò, tramanda e trasmette ciò di cui è «pregno» e «non interamente libero»: la conoscenza. Occorre quindi rivendicare in modo chiaro l’importanza che qualsiasi copista incarna come trasmettitore di sapere in quanto tale, e non solo come mero “strumento” di trasmissione.

A questo riguardo, poniamo tre principali problematiche. Il primo livello di incertezza si manifesta su chi è il copista o il responsabile dello scriptorium in grado di decidere quale manoscritto trascrivere; su quale sia la competenza che gli permette di dare al testo una valutazione, di decidere della sua diffusione. Il secondo livello è su chi è il copista che materialmente trascrive o produce quel manoscritto e su quale potrebbe essere stata la sua capacità di congetturare in caso di lacuna nel testo (in altre parole: quale fosse la sua conoscenza dell’opera, dell’autore, tale da permettergli una licenza d’innovazione). Il terzo livello, infine, si esplica nella competenza tecnica del copista e sulla sua stessa capacità lavorativa (se era un copista alle prime armi, o di lunga esperienza), o in altre parole, che tipo di copista era. Si profila dunque, nei confronti del filologo che del testo debba fornire l’edizione critica, un duplice stato d’incertezza: su chi è lui come filologo (di cui abbiamo parlato prima), e su chi è il copista che ha prodotto il manoscritto.

Bene, sperate che il ragionamento sia chiuso qui? Nossignori. Ora è tempo di applicare le nostre idee a un testo ben preciso.

Dunque, come si suol dire, appuntamento alla prossima puntata.

Lorenzo Dell’Oso


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