La genesi dell’intellettuale del mondo nuovo – Prima puntata

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Me delite a raconter/chose digne por ramenbrer (Roman de Thèbes 11-12). La genesi dell’intellettuale del mondo nuovo nei prologhi dei “romanzi antichi” medievali e dei Lais di Maria di Francia.

Prima puntata. Genesi di un intellettuale “nuovo”: dai frammenti del Roman d’Alexandre al Roman de Thèbes

Rieccoci qui a battere i tasti del computer. Spero non vi siate stancati: ho altri quesiti da porre a e con voi. Non ci credete? Fidatevi di me. Suvvia, non siate timidi! Se non vi siete spaventati dinanzi a titoli in latino, perché dovreste spaventarvi di fronte a titoli in francese antico? Fate uno sforzo perché, ve l’assicuro, ne vale la pena; forse ancor più che per l’“antropomorfizzazione” della porta. Se lì si parlava di un oggetto (quantunque “deificato”), qui si parla di uomini: quindi di noi stessi. Bene, adesso concentratevi; facciamo un salto cronologico di oltre mille anni. Benvenuti nelle “antique corti delli antiqui uomini” del mondo medievale: «prego… volete ricevere sua Signoria il Duca di Borgogna? È impegnato in una quintana, in Normandia. Lo può attendere qui, all’ombra dei nostri boschi e con le esibizioni dei nostri menestrelli e trovatori. Spero che la permanenza sia di vostro gradimento». Siete entrati in quel mondo? Bene, restateci; cominciamo.

Nel XII secolo una nuova figura d’intellettuale dialoga con la classicità. In che senso, però, “nuova”? Anche questi uomini, come i loro predecessori, percepiscono sulle proprie spalle la pesantezza della tradizione; anch’essi colgono la rilevanza dei grandi autori greci e latini. Tuttavia, nello stesso tempo, guardano a quel mondo con lenti diverse. Vogliono cimentarsi con esso, ne diventano gelosi guardiani, intendono comunicarne le bellezze ai loro simili: ma non si pongono solo come meri custodi di conoscenza. Guardano al passato, ma posano l’occhio anche al presente; interrogano i grandi letterati, si confrontano con essi, discutono, li superano in larghezza di veduta. Sono consapevoli dell’efficacia comunicativa della lingua romanza; ed è essa a costituire il principale veicolo delle loro opere. Sono coscienti del ruolo gradualmente sacrale di cui sono investiti. Ed è nella consapevolezza di sé che trova posto il primo mattone della costruzione di un intellettuale “nuovo”.

Queste figure scorgono nel prologo delle loro composizioni il luogo ideale in cui manifestare la consapevolezza di sé. Il prologo non si presenta, dunque, solo come sinopia della narrazione, ma rappresenta anche l’opportunità essenziale in cui l’autore (che si presenta in prima persona) ha realmente modo di dichiarare se stesso, di palesare le proprie finalità comunicative: è il locus amoenus dove, per dirla con le parole di Peter Szondi, l’uomo perviene a se stesso.

La fase di partenza di questa nuova formazione non poteva non trovarsi nell’operazione di riscrittura di materie antiche. Un primo campo di “contesa”, infatti, risiede nella rielaborazione delle gesta di Alessandro Magno, tramandate già, nella storia della letteratura latina, da Curzio Rufo, e presenti in gran parte della letteratura bizantina. La fama del condottiero macedone era rimasta viva, d’altronde, fino al XII secolo per merito di compilazioni non solo di ambito greco, ma anche arabo e persiano.

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La prima testimonianza francese della leggenda di Alessandro (non a caso, nota Maria Luisa Meneghetti, a ridosso della prima crociata) è il frammentario Roman d’Alexandre di Alberico di Pisançon. La stesura del testo si situa negli anni immediatamente prima del 1135. Come osserva Mario Mancini, il testo si collocherebbe a metà strada tra la canzone di gesta e il romanzo, e sarebbe ancora vicino, come dichiara a sua volta Aurelio Roncaglia, allo stile dei poemetti agiografici delle origini. Ciò su cui occorre focalizzare l’attenzione è però, ai fini della presente trattazione, il breve prologo dell’opera. Esso, infatti, plasma un importante tassello del nuovo intellettuale medievale:

Dit Salomon, al primier pas,

Quant de son libre mot lo clas:

«Est vanitatum vanitas

Et universa vanitas.»                                    4

Poyst lou me fay m’enfirmitas,

Toylle s’en otiositas!

Solaz nos faz’ antiquitas

Que tot non sie vanitas!                               8

[Salomone, quando diede voce al suo libro, esclamò con fragore: «Vanità delle vanità, tutto è vanità».// Se la malattia me lo concede, l’ozio sia bandito! L’antichità ci offre uno svago tale da non risultare tutto vano!]

Nonostante la visibile cautezza, l’argomentazione risulta oltremodo decisa. Salomone, quando diede voce al suo libro, esclamò con fragore (eloquente l’espressione «mot lo clas»): «Vanità delle vanità, tutto è vanità», in “autorevole” latino. A questo punto, se i primi quattro versi vanno a racchiudere una visione essenzialmente classicistica, coadiuvata non solo dal già citato uso del latino, ma anche dal riferimento ad un importante personaggio biblico, nei versi successivi è l’autore stesso a rendersi effettivo protagonista, esclamando: «se la malattia me lo concede, l’ozio sia bandito! L’antichità ci offre uno svago tale da non risultare tutto vano».

La parabola del romanzo medievale, perciò, concordando con le parole di Meneghetti, comincia «nel nome di un esplicito recupero “umanistico” di quanto di esemplare l’antichità era ritenuta ancora in grado di trasmettere». Appare, di conseguenza, il valore autenticamente pedagogico del mondo classico. E l’intellettuale Alberico, che se ne fa portavoce, inaugura la propria attività di recupero contraddicendo letteralmente una proclamazione del personaggio simbolo della Saggezza, il re Salomone. A differenza di quanto questi esclama col “fragore” della sua autorevolezza nell’Europa dell’XII secolo, non tutto è vanità, asserisce Alberico. È la classicità, difatti, lo strumento per mezzo del quale l’intellettuale si mostra potenzialmente in grado di abbattere l’ozio (inteso non nell’accezione data dai latini), e di prender coscienza della possibilità che “non tutto sia vano”. L’intellettuale si mostra, quindi, un traghettatore di conoscenza. E la conoscenza principe di cui egli si fa portatore è una conoscenza in grado di contraddire la dichiarazione di un principe sacro del passato, e, rimarcando il valore del passato stesso, di aprirsi al nuovo, al presente, all’oggi (ne è testimone l’uso del tempo presente negli ultimi due versi). È, in sostanza, il senso dell’antichità pagana ad essere rivendicato e, contemporaneamente, la sua integrazione nel mondo presente. Come giustamente osserva Adone Brandalise, Alberico rivendica:

l’integrazione dell’antichità in una visione storica in cui le grandi figure del mondo classico acquistano valore di precorrimento esemplare, nonostante appartengano a quella che per la canzone di gesta è la sfera esecrabile della miscredenza.

Sintetizziamo, finalmente, in una prima tabella, le peculiarità del nuovo modello d’intellettuale come emergono dal prologo del Roman d’Alexandre:

Alberico di Pisançon, Roman d’Alexandre

Qualità, elementi, valori dell’intellettuale

Riferimento testuale

Valore pedagogico del mondo classico

Solaz nos faz’ antiquitas /Que tot non sie vanitas

Classicità come strumento per abbattere l’ozio

Ibidem

Ruolo di traghettatore di conoscenza nei confronti dei contemporanei – esigenza della diffusione

Poyst lou me fay m’enfirmitas, / Toylle s’en otiositas!

Ma basta così, per oggi. Vedremo come la genesi di questo intellettuale nuovo troverà nel Roman de Thèbes un tappa fondamentale nella sua gestazione. D’accordo? Siamo solo all’inizio.

Lorenzo Dell’Oso

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