L’animale umanizzato: il topo di “Mani”. Il “topo animale” e il “topo uomo”

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QUARTA PUNTATA


Se in Maria Giuseppa l’identificazione uomo-animale agli occhi del protagonista è instabile e momentanea, diverso è il discorso per il racconto “ossessivo-emotivo” Mani, dove la metamorfosi del topo subentra nella mente del protagonista solo dopo la morte dell’animale stesso e, si potrebbe aggiungere, per mezzo di un processo graduale. Solo dopo la morte del topo, infatti, «scattano l’identificazione con l’animale abietto (…) e il senso di colpa, cosicché alla fine si approda alla “pietà” nei confronti della specie offesa, che diventa oggetto del più accorato vezzeggiamento». La morte del topo fa da spartiacque all’intera vicenda; anche qui poi, come in Maria Giuseppa, la sua metamorfosi avviene solo nella mente del protagonista: da semplice animale il topo diviene – in Federico – interlocutore impossibile e fonte di nevrotici sensi di colpa.

Nella prima parte della vicenda, le identità dei due protagonisti sono ben distinte. Ne è chiaro esempio la caccia divertita che Federico dà al topo:

«Federico conosceva l’odio della cagnetta per i topi (…) e pensò di divertirsi a quella caccia notturna. (…) Federico le indicò il luogo dove presumeva che il topo si fosse nascosto, e, tuttora incitandola, picchiò grandi colpì sul coperchio di legno della cisterna».

Poi la lotta imperversa:

«Una convulsa notte si svolse fra i due animali, dominata dagli acuti squittii del topo (…) Infine, la situazione divenendogli (al topo) intollerabile, ingannò la cagna con un’abile finta e rovinò verso il cortile».

Fino all’inevitabile finale:

«Federico andò a cercare una paletta e con quella s’ingegnò a finire il topo. Sulla testa non volle colpirlo temendo di schizzarsi di sangue e, d’altra parte, altrove sentiva la carne grassa e molle cedere sotto il colpo: il topo sembrava senz’ossa e continuava ad agitarsi in uno spasimo che pareva cosciente, raspando qualche volta il terreno con una mano; i suoi occhi cupi e lucenti, un po’ fuori dalla testa, erano del tutto inespressivi».

Il topo è morto. Federico lo osserva e qualcosa lo colpisce. È qui che il processo metamorfico del topo prende gradualmente avvio, come mostra il passaggio:

«A vederlo giacere di fianco, sembrava che fosse abbandonato in una rassegnata e sanguinosa impotenza; eppure le sue parti posteriori sbozzavano il movimento d’una fuga. Ciò che colpì Federico fu l’aria d’innocenza di quel corpo».

«Ciò che colpì Federico fu l’aria d’innocenza di quel corpo»: l’inizio della metamorfosi è suggerito da un sostantivo che poco ha di animalesco e tanto di umano: “innocenza”. Colpisce, inoltre, il particolare della boccuccia chiusa «in un’inesprimibile leggiadria» («La pelle stirandosi scopriva i minuscoli denti fra i baffi ormai pendenti e, arrovesciando la testa, socchiudeva la boccuccia a V in un’inesprimibile leggiadria»); come altrettanto efficace è il paragone col bambino: «il topo sembrava un bimbo che stia per piangere, eppure senza tristezza».

Queste sono le prime impressioni che la morte del roditore suscita nella mente di Federico il quale, nel frattempo, dispone tranquillamente l’animale «in mezzo al cortile, in modo che la fantesca che veniva la mattina lo ammirasse e magari se ne spaventasse, fischiò al cane e si ritirò». Come se niente fosse successo, Federico si siede a tavola e, al suo solito, si mette a chiacchierare in francese con un immaginario interlocutore. Non sa ancora che il processo di metamorfosi presto prenderà letteralmente possesso di lui. L’equilibrio, infatti, si spezza poco dopo:

«Il pensiero improvviso del topo gli attraversò la mente: piuttosto che un pensiero, un senso intimo e sotterraneo, qualcosa che gli picchiò dentro inopinatamente accennando a scavare, e dileguò rapido».

Non, quindi, un normale pensiero, o un ricordo, come precisa Landolfi: ma un senso “intimo e sotterraneo” picchia e scava dentro di lui. Nella mente del protagonista, la metamorfosi del topo procede lenta e inesorabile, quasi al rallentatore  – processo che Landolfi riesce a descrivere efficacemente:

«Sebbene continuasse a mangiare di buon appetito, una tristezza una pietà e soprattutto un’angoscia inquieta e senza causa apparente cominciavano a turbarlo».

È percepibile, qui, la nevrosi del protagonista, che vive in se stesso il rimorso dell’uccisione (se non dell’assassinio, si potrebbe credere): «Federico si sentiva soffocato da viscere di topo, preso alla gola da carne di topo» tanto che «il sapore e il tanfo di quella carne grassa e segosa» era diventato «condizione del suo essere». Condizione del suo essere equivale a parte del suo essere, a condivisione della sua stessa natura; quella umana, per l’appunto. Forse, però, il passo che più tra tutti sancisce la vera e propria “umanizzazione” dell’animale è quello che segue:

«Pensò di andare a letto; ma come dormire, si diceva, col cadavere dell’ucciso sulla porta? Gli pareva persino che lo spirito del topo morto gli aleggiasse attorno come una presenza quasi tangibile, un po’ minacciosa un po’ indulgente, e che fosse legato al suo proprio spirito da legami profondi e indissolubili».


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Qui sono chiari i nuovi attributi umani del topo. Il cadavere dell’ucciso, lo spirito che aleggia intorno, i legami profondi e indissolubili col protagonista: la scelta lessicale di Landolfi determina l’umanizzazione dell’animale. Come scrive Clelia Martignoni, il protagonista «arriva a riconciliarsi con l’abiezione del topo riconoscendola – e lo sottolineiamo – parte di sé».

Una delle ultime scene vede Federico uscire nel giardino di casa, raccogliere il topo morto da terra e cullarlo, come se si trattasse di un figlio. Ancora una volta si mostra adeguata la scelta lessicale operata da Landolfi:

«Federico gli ravviò i baffi, se lo strinse al petto, ninnandolo a pancia all’aria come un bambino, e accostandoselo alla guancia gli accarezzava con quella il pelo a verso; notò il segno di un dente, una chiazza senza pelo sulla piccola spalla, e vi passò l’indice delicatamente, come a lenirne il dolore. “Mio piccolo topo, mio povero piccolo topo!” si lamentava, e sempre lamentandosi scendeva, col topo tra le braccia, le scale dell’orto. Là intonò una strana salmodia e procedeva come una bimba che faccia, neniando, il funerale alla bambola; si inginocchiò, scavò una piccola fossa, vi depose il topo con ogni delicatezza e ricoprì».

Il processo metamorfico è giunto a compimento.

Lorenzo Dell’Oso

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