Quinta puntata. L’antropologia della porta in Catullo (Carmen 67)

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O dulci iucunda viro, iucunda parenti,

salve, teque bona Iuppiter auctet ope,

Ianua, quam Balbo dicunt servisse benigne

olim, cum sedes ipse senex tenuit,

quamque ferunt rursus voto servisse maligne,

postquam es porrecto facta marita sene,

dic agedum nobis quare mutata feraris

in dominum veterem deseruisse fidem.

“non (ita Caecilio placeam, cui tradita nunc sum)

culpa mea est, quamquam dicitur esse mea,

nec peccatum a me quisquam pote dicere quicquam:

verum isti populo ianua qui te facit!

qui, quacumque aliquid reperitur non bene factum,

ad me omnes clamant, ‘Ianua, culpa tua est.’”

non istuc satis est uno te dicere verbo,

sed facere ut quivis sentiat et videat.

“qui possum? nemo quaerit nec scire laborat.”

nos volumus; nobis dicere ne dubita.

“primum igitur, virgo quod fertur tradita nobis,

falsum est. non illam vir prior attigerit,

languidior tenera cui pendens sicula beta

nunquam se mediam sustulit ad tunicam:

sed pater illius gnati violasse cubile

dicitur et miseram conscelerasse domum,

sive quod impia mens caeco flagrabat amore,

seu quod iners sterili semine natus erat

et quaerendus is unde foret nervosius illud

quod posset zonam solvere virgineam.”

egregium narras mira pietate parentem,

qui ipse sui gnati minxerit in gremium.

“atqui non solum hoc se dicit cognitum habere

Brixia Cycneae suppositum specula,

flavus quam molli praecurrit flumine Mella,

Brixia, Veronae mater amata meae,

sed de Postumio et Corneli narrat amore,

cum quibus illa malum fecit adulterium.

dixerit hic aliquis, ‘qui tu istaec, Ianua, nosti,

cui nunquam domini limine abesse licet,

nec populum auscultare, sed hic suffixa tigillo

tantum operire soles aut aperire domum?’

saepe illam audivi furtiva voce loquentem

solam cum ancillis haec sua flagitia,

nomine dicentem quos diximus, ut pote quae mi

speraret nec linguam esse nec auriculam.

praeterea addebat quendam, quem dicere nolo

nomine ne tollat rubra supercilia.

longus homo est, magnas cui lites intulit olim

falsum mendaci ventre puerperium.

Il carme 67, incluso nei Carmina docta del Liber catulliano, si discosta da essi se non da un punto di vista meramente formale, sicuramente da un punto di vista contenutistico. A differenza di carmina quali gli epitalami (61, 62), dei celebri epilli (63, 64) o della nota traduzione callimachea de la Chioma di Berenice (66), si narrano qui le vicende non proprio “edificanti” di cui è protagonista la famiglia che abita quella casa. L’unicità di questa composizione, tuttavia, non risiede tanto nel contenuto, quanto nel chi è chiamato a narrare questi eventi. La risposta è presto data: la porta della casa stessa. Chi, più di una porta, potrà sapere quante meschine storie si consumano segretamente in una casa? Catullo, come osserva Vincenzo Guarracino, costruisce una sorta di lungo epigramma che affida la sua efficacia a un vivace schema dialogico, collaudato già da una lunga tradizione letteraria e poi imitato da Orazio e Properzio. Il sorriso ironico e divertito del poeta fa da sfondo a gretti pettegolezzi di una città di provincia (forse Verona).

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Rispetto all’ostium del Curculio plautino, la ianua del carme 67 si proietta a un livello di antropomorfizzazione diverso. Diverso sì, ma non superiore. Plauto (com’è stato evidenziato per l’attenzione alla “psicologia” dei personaggi, in rapporto alle commedie terenziane) sceglie di affidare alla porta alcune connotazioni antropomorfiche, e ne scarta consapevolmente altre. In primo luogo, l’ostium che impediva l’incontro tra Fedromo e Planesio, secondo l’analisi che abbiamo sopra condotto, era potenzialmente in grado di parlare. Ma non lo fa; anzi: tace (Numquam ullum verbum muttit: cum aperitur tacet, cum illa noctu clanculum ad me exit, tacet). In secondo luogo, sebbene dotata di una funzione rilevante per l’intreccio, essa non assurge mai ad assoluta protagonista della vicenda. Fedromo la prega, la esorta, sembra quasi prostrarsi dinanzi a lei; tuttavia, il giovane non dimentica mai la funzione essenzialmente strumentale dell’ostium: è assolutamente consapevole dell’obiettivo da raggiungere, di cui la porta è lo strumento per eccellenza.

I distici elegiaci che compongono il carme 67, invece, ritraggono una situazione dissimile. Si assiste a un rapido dialogo tra un viandante e la porta di una casa particolare. Evidenziamo, di conseguenza, i connotati antropomorfici che Plauto ha deciso di scartare e che Catullo ha inglobato nel suo componimento, sintetizzando in una tabella i connotati antropomorfici (azioni, cioè, che posso essere compiute anche da uomini) con i corrispettivi riferimenti nel testo, equivalenti alle dichiarazioni della porta stessa:

 

Connotato antropomorfico

Riferimento testuale

Facoltà di parola e di udito

Nomine dicentem quos diximus, ut pote quae mi speraret nec linguam esse nec auriculam.

Difesa

Non (ita Caecilio placeam, cui tradita nunc sum) culpa mea est, quamquam dicitur esse mea, nec peccatum a me quisquam pote dicere quicquam.

Ironia

Sive quod impia mens caeco flagrabat amore, seu quod iners sterili semine natus erat, et quaerendus is unde foret nervosius illud quod posset zonam solvere virgineam.

Volgarità

Non illam vir prior attigerit, languidior tenera cui pendens sicula beta nunquam se mediam sustulit ad tunicam.

Volontà di tacere

Praeterea addebat quendam, quem dicere nolo nomine ne tollat rubra supercilia.

 

Come si ricava dalla schematizzazione proposta, la porta parla. Ascolta. Si difende. Fa dell’ironia. Fa uso di un lessico volgare. E, coscientemente, tace. Se non sapessimo che a parlare è una porta, crederemmo di trovarci di fronte a una donnetta del posto (oltremodo pettegola!). Catullo non ci fornisce, a differenza di Plauto, nessuna caratteristica “fisica” in grado di contraddistinguere questa ianua. Tutt’altro. Gioca con divertimento e ironia sulle battute che la porta rivolge al suo interlocutore. L’oggetto-porta diviene interlocutrice-porta: si cerca un dialogo, si chiedono e si trovano informazioni utili, si denunciano particolari accaduti: è la porta la ruota motrice della vicenda; è la porta l’assoluta protagonista. Le informazioni di cui fruiamo riguardo l’episodio raccontato le ricaviamo, infatti, solo da quanto racconta la ianua. E anche dalla parola stessa ianua si percepisce quanto e come Catullo abbia compiuto la sua scelta. L’ostium plautino (inteso come “uscio”), come si è detto, si contraddistingue per il carattere pratico e materiale; mezzo necessario, ma sempre strumento per il conseguimento dell’obiettivo. Catullo ci descrive una ianua parlante, non un ostium. Quali sarebbero le motivazioni di questa scelta? In virtù dell’analisi lessicale prima esposta, ciò che caratterizza questo sostantivo è, per l’appunto, il carattere sacrale, irrazionale e soprannaturale dell’oggetto stesso (vd. paragrafo 2.2).  Cosa c’è di più ultraterreno di una porta che “spettegola” sulle segrete vicende che si consumano in una casa di provincia? Nel carme di Catullo, come si è già affermato, la porta parlante non è solo uno strumento, ma l’effettiva protagonista: essa, possiamo chiosare, si mostra implicitamente dotata, a differenza dell’ostium plautino, di tutti (o quasi) gli attributi sensoriali di un essere umano. Qui risiede la grande novità della scelta di Catullo.


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