Sesta puntata. L’antropologia della porta in Properzio (Elegiae, 1, 6)

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Quae fueram magnis olim patefacta triumphis,

ianua Tarpeiae nota pudicitiae;

cuius inaurati celebrarunt limina currus,

captorum lacrimis umida supplicibus;

nunc ego, nocturnis potorum saucia rixis,

pulsata indignis saepe queror manibus,

et mihi non desunt turpes pendere corollae

semper et exclusis signa iacere faces.

nec possum infamis dominae defendere noctes,

nobilis obscenis tradita carminibus;

(nec tamen illa suae revocatur parcere famae,

turpior et saecli vivere luxuria.)

haec inter gravibus cogor deflere querelis,

supplicis a longis tristior excubiis.

ille meos numquam patitur requiescere postis,

arguta referens carmina blanditia:

“Ianua vel domina penitus crudelior ipsa,

quid mihi tam duris clausa taces foribus?

cur numquam reserata meos admittis amores,

nescia furtivas reddere mota preces?

nullane finis erit nostro concessa dolori,

turpis et in tepido limine somnus erit?

me mediae noctes, me sidera plena iacentem,

frigidaque Eoo me dolet aura gelu:

tu sola humanos numquam miserata dolores

respondes tacitis mutua cardinibus.

o utinam traiecta cava mea vocula rima

percussas dominae vertat in auriculas!

sit licet et saxo patientior illa Sicano,

sit licet et ferro durior et Chalybe,

non tamen illa suos poterit compescere ocellos,

surget et invitis spiritus in lacrimis.

nunc iacet alterius felici nixa lacerto,

at mea nocturno verba cadunt Zephyro.

sed tu sola mei tu maxima causa doloris,

victa meis numquam, ianua, muneribus.

te non ulla meae laesit petulantia linguae,

quae solet †irato dicere tota loco†,

ut me tam longa raucum patiare querela

sollicitas trivio pervigilare moras.

at tibi saepe novo deduxi carmina versu,

osculaque impressis nixa dedi gradibus.

ante tuos quotiens verti me, perfida, postis,

debitaque occultis vota tuli manibus!”

haec ille et si quae miseri novistis amantes,

et matutinis obstrepit alitibus.

sic ego nunc dominae vitiis et semper amantis

fletibus aeterna differor invidia.

L’incantevole elegia che qui si presenta è composta di due discorsi, incastrati l’uno nell’altro, secondo una tecnica cara ai poeti alessandrini: il primo è il lamento, per l’appunto, di una porta, che invece dei trionfatori che abitarono un tempo quella casa, ospita ora una donna “di facili costumi”. Davanti alla porta ora avvengono risse di ubriachi e si lamentano gli amanti esclusi; di uno di questi la porta riferisce il triste quanto accorato lamento. Dopo aver esaminato il serrato dialogo tra una porta e un viandante nel carme 67 di Catullo, un ennesimo motivo di παρακλαυσίθυρον, sebbene riferito dalla porta stessa, non dovrebbe costituire, ormai, una novità nel panorama antropologico della porta nella letteratura latina. Di questo parere è, peraltro, Nicola Terzaghi. Egli, in un saggio in relazione anche a questa elegia, assegna alla porta attributi come materiale, insensibile, ingrata e, pur lodando il lirismo properziano, considera il motivo descritto di παρακλαυσίθυρον come tradizionalmente trito. Sebbene autorevoli, cercheremo di sfatare queste dichiarazioni e proporre un’analisi difforme che riesca a leggere più nel profondo il testo properziano.

L’intera elegia costituisce un monologo, in cui a parlare è una porta. Non una porta qualsiasi. È la porta di una casa definita “gloriosa” (Quae fueram magnis olim patefacta triumphis) che ora, invece, è ridotta in miseria. Non perché i padroni siano indigenti, tutt’altro: essi sono moralmente deprecabili (“le notti scandalose della padrona”). Anche nel carme 67 di Catullo una porta narra le infamie della padrona di casa. Il tema è comune nella poesia ellenistica, come lo è, d’altronde, il far parlare oggetti inanimati. Fonte d’interesse è soprattutto l’opposizione tra i tempi gloriosi e le miserie del presente, la luxuria saecli, la dissolutezza dei tempi, di cui Properzio già altrove si lamenta. Questa opposizione è l’occasione ideale, per la porta, di affermare il proprio essere. Il Nunc ego del v. 5  è, a nostro avviso, altamente emblematico. È la prima volta, tra i testi analizzati, che una porta va a identificarsi col pronome personale ego. È la prima volta che una porta assume consapevolezza di sé; tale da farsi giudice moralizzatrice dei comportamenti e delle abitudini della sua attuale padrona. Non solo. Constatata l’impossibilità d’intervenire direttamente per salvare il decoro, essa si prostra alla rassegnazione: è costretta a piangere (cogor deflere querelis).

Dal v. 17 fino al v. 44, si interseca, con una sapienza stilistica encomiabile, il lamento del giovane amante. La sua preghiera si tinge di colori strazianti, addolorati, vòlti alla rassegnazione: questo, però, è il passaggio nodale.  Qui giungiamo a intuire i connotati antropomorfici che la porta riveste.

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La porta – è questa la tesi che ci preme dimostrare  a differenza della funzione strumentale in Plauto e quella di protagonista (giacché necessaria per la comprensione degli eventi) in Catullo, assume lineamenti non solo antropomorfici, ma anche divini. Nell’elegia I 16 di Properzio assistiamo a una vera e propria deificazione della porta. Una porta siffatta non poteva non essere definita Ianua. Non è semplicemente un uscio (ostium) né una semplice porta di casa (foris) né, tantomeno, una soglia (limen): è un passaggio obbligato, sacrale; tanto sacrale da assumere consapevolezza di sé, da fungere da essere moralizzatore, da giudicare i comportamenti altrui; tanto sacrale  da determinare la felicità o il dolore di un essere umano. La porta sola (oltre naturalmente alla donna amata) potrà concedere un termine al travaglio (nullane finis erit nostro concessa dolori). Eppure essa sembrerebbe la sola a non provare compassione dei dolori umani (tu sola humanos numquam miserata dolores). E, come se assumesse le sembianze di una dea vendicatrice, alle preghiere del sofferente risponde col silenzio dei cardini (respondes tacitis mutua cardinibus): sconfitto, pertanto, è l’uomo di fronte la volontà del divino (sed tu sola mei tu maxima causa doloris).

La deificazione della porta assume, nei toni finali dell’elegia, caratteri più apertamente palesi. Il supplicante asserisce, infatti, di aver offerto alla stessa persino dei doni e, quasi come un cantore ispirato,”poesie in nuovi versi”: la condizione di asservimento e di subordinazione da parte del “fedele” è totale; e i baci impressi sui gradini, in ultimo, contribuiscono a fare della porta un sospirato simulacro.

I vv. 43-44 confermano e pongono fine alle nostre intuizioni. Ante tuos quotiens verti me, perfida,– dichiara l’amante – postis, debitaque occultis vota tuli manibus! “Quante volte, o perfida, voltai le spalle alle tue soglie/e recai con gesto furtivo i doni dovuti!”. Non a caso volgere il capo era, nei costumi romani, il gesto di chi portava un’offerta alla divinità. Come tale è trattata la porta.

A differenza degli esempi plautini e catulliani, dunque, l’antropomorfizzazione della porta, in Properzio, è addirittura superata. La porta diviene un organismo consapevole, giudicante, detentore di potere: per l’appunto, divino.

In conclusione, la tabella sottostante chiarificherà e sintetizzerà i dati poc’anzi analizzati:

Connotato divino-antropomorfico

Riferimento testuale

Percezione del presente e del passato

Quae fueram magnis olim patefacta triumphis, ianua Tarpeiae nota pudicitiae;

(…)nunc ego, nocturnis potorum saucia rixis, pulsata indignis saepe queror manibus.

Percezione del dolore

Pulsata indignis saepe queror manibus,

et mihi non desunt turpes pendere corollae.

Facoltà di giudizio

nec tamen illa suae revocatur parcere famae, turpior et saecli vivere luxuria.

Pianto

haec inter gravibus cogor deflere querelis.

Crudeltà

Ianua vel domina penitus crudelior ipsa

Volontà di tacere

Mihi tam duris clausa taces foribus?

Facoltà di ascolto

[intero componimento]

Ma tireremo le fila, Signori, nella prossima puntata. Ora non ho tempo; vado di fretta. Sono come Atteone che spia le nudità di Diana. Ma l’Atteone di Giordano Bruno, beninteso. Non altri.

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