Settima e ultima puntata. Conclusioni.

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Sìssignori, la nostra analisi è giunta al termine – ma, in realtà, che cosa ha un termine? Suvvia, manteniamo un atteggiamento accademico. Basta scherzi. Dunque, dicevamo… ah, ecco. L’obiettivo prestabilito, come specificato nella premessa, era di condurre un ragionamento logico e funzionale che arrivasse a proporre un’interpretazione di un determinato oggetto; interpretazione che indossa le lenti dell’antropologia del mondo antico. Speriamo di non esserci riusciti; sarebbe meraviglioso, infatti, se qualcuno ci fosse riuscito meglio e in maniera più approfondita di noi (o, dovrei dire, di me. Ma continuiamo col formalismo del pluralis maiestatis). Consapevoli dei nostri limiti, ci scusiamo per gli errori senza dubbio presenti, dovuti più che a disattenzione o frettolosità, a semplice ignoranza nel campo delle lettere classiche.

Comunque. Non era nostra intenzione costruire un processo di “evoluzione” o “disvelamento” dei caratteri antropomorfici della porta. Anzi. Ciò che abbiamo voluto mettere in luce è consistito nell’aver mostrato le scelte consapevoli che tre autori della letteratura latina hanno compiuto, averle descritte, spiegate, messe in relazione a nessi antropologici d’un certo valore. In sostanza: abbiamo mostrato come una certa idea di mondo penetri la scrittura, oltrepassi le barriere, s’insinui tra le righe, si nasconda tra le ombre aulenti di versi almi e solari. Attenzione; non abbiamo disvelato qualcosa che era nascosto. Abbiamo mostrato.

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Per riassumere: abbiamo proposto un “canone dell’antropomorfizzazione della porta”; un catalogo dei processi attraverso i quali, nella cultura latina, la porta si “fa” uomo. Siamo partiti dalla funzione strumentale della porta plautina, abbiamo evidenziato il ruolo da “protagonista” assunto dalla porta catulliana, e siamo giunti al superamento della condizione antropomorfica della porta properziana, con la sua deificazione. Inoltre, se la facoltà di udito, di gusto, di parola sono connotati comuni alla porte dei primi due, la percezione del presente e del passato, la facoltà di giudizio moralizzatore è appannaggio esclusivo della divina porta properziana.

A cosa serve mostrare un’idea di mondo? A cosa potrà mai servirci nella società quantificabile e quantificata di oggi? Rispondo con un’immagine, presa in prestito da David Forster Wallace, e con cui vi saluto.

In un acquario ci sono due pesci che nuotano. A un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: «Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?» I due pesci, enigmatici, non rispondono. Nuotano ancora un po’, poi uno guarda l’altro e fa «Che cavolo è l’acqua?».

Conoscere una certa idea di mondo equivale a padroneggiare l’”acqua”, ovvero vivere i segreti della realtà in cui siamo quotidianamente immersi.

Lorenzo Dell’Oso

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