Sull’idea di incertezza nella critica testuale – Terza puntata

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Il rapporto tra editore e manoscritto. Secondo ambito di incertezza

Com’è noto, una volta concluso il censimento dei testimoni, l’editore procede al loro sistematico confronto volto a definire i rapporti reciproci. In seguito, la collazione mostra identità e differenze tra i testimoni per mezzo degli errori-guida. Scopo di quest’operazione è la ricostruzione della tradizione del testo, rappresentata graficamente dallo stemma codicum. Com’è chiaro, l’individuazione degli errori comuni tra i testimoni è procedimento oggettivo della critica testuale. Inoltre, partendo dallo stemma, l’editore può scegliere tra varianti adiafore sulla base della maggioranza all’interno di ciascun raggruppamento, a partire dal basso (nella rappresentazione dello stemma). Ciò però è possibile solo in caso di criteri meccanici in una recensione chiusa. Che cosa accade in caso di varianti adiafore in una recensione aperta, in altre parole non risolvibile con criteri meccanici?

Anche riconoscendole di pari autorità stemmatica, sarebbe assai difficile o impossibile operare una scelta sicuramente corretta. Come insegna la critica testuale, l’editore che si trova in una situazione simile ha come unico criterio il proprio iudicium: compie sostanzialmente una scelta di carattere valutativo, giacché la lezione che fornisce è quella che lui valuta migliore.

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I casi di varianti adiafore, nella trasmissione dei testi, sono molto frequenti. Come l’usus scribendi dell’autore si rivela concetto soggettivo e che comporta il rischio di cassare un elemento di innovazione (che eventualmente l’autore voleva inserire, o magari un apax), così anche la lectio difficilior comporta dei problemi, soprattutto in relazione alla percezione che si ha della rarità di una lezione, non è detto, infatti, che all’epoca del testo quella tale lezione fosse più difficile o ricercata della sua variante adiafora.

Nonostante l’alta probabilità che la sua lezione sia giusta, dunque, l’editore non arriverà mai alla certezza di aver operato correttamente. Pertanto l’incertezza su ciò che vale genera una domanda di teoria che vada, quanto più possibile, a tendere a un’idea di certezza. La scelta incerta tra varianti certe (in quanto realmente esistenti) dovrebbe necessitare dell’aiuto che altre discipline – come, oltre alla paleografia, l’antropologia e la sociologia possono dare, proprio perché permettono di gettare luce su dettagli che all’editore possono sfuggire: e, conseguentemente, tendere a un’idea di completezza.

Sulla soggettività del filologo, però, non riportiamo nulla di nuovo. Opere classiche del pensiero filologico, come la Storia della tradizione e critica del testo di Giorgio Pasquali, concordano in maniera univoca sull’aspetto soggettivo (e quindi incerto) proprio dell’editore. Ma i filologi odierni – ci chiediamo  in che modo hanno consapevolizzato questa pur vera constatazione?

Vi lascio, come al solito, con una domanda. È forse un caso?

Lorenzo Dell’Oso

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