Ultima puntata – Considerazioni conclusive

Eccoci a chiudere un altro lavoro, diverso e forse più complesso rispetto agli altri, ma questo è stato l’intento. Dunque che cosa possiamo ricavare da un’analisi del genere?

Dobbiamo ritenere che il filologo, in vista del testo critico, non possa non tenere conto dei problemi di cui abbiamo trattato. Egli dovrebbe porsi queste domande, e trovare, limitatamente a ogni campo, la via più adatta che, come abbiamo detto, tenda alle certezza; in altre parole: che a ogni situazione generante incertezza, egli ponga domande di teoria. Il confronto con queste problematiche, consentendoci di isolare i campi d’incertezza e riconoscerli come tali, esorta la filologia, in sostanza, a un ripensamento di se stessa come disciplina incerta o relativamente certa.


Vogliamo chiudere questa riflessione sulla filologia, disciplina apparentemente arida, con un entusiastico elogio della sua “umanità”. Lo facciamo prendendo in prestito ancora una volta da David Forster Wallace lo stesso aneddoto che ho già citato in una scorsa puntata di questa rubrica, ma che per la sua bellezza voglio riproporre:

In un acquario ci sono due pesci che nuotano. A un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: «Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?». Nuotano ancora un po’, poi uno guarda l’altro e gli chiede: «Che cavolo è l’acqua?».

Non potrebbe essere questo un valido auspicio agli studi filologici nel XXI secolo? Non limitarsi allo studio della trasmissione, del mero contenuto dei codici, ma andare oltre a tutto ciò: nel comprendere “l’acqua”, ossia che tutto ciò che è “immerso” nella e con la trasmissione dei testi?

 

Lorenzo Dell’Oso

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