Pezzi di carta per l’ospite

A volte dimentico i pezzi di carta che porto con me
che tengo chiusi in sacchi e buste e che pesano quando li prendo.
A volte dimentico il bruciore delle braccia tagliate
strette al corpo nel gelo di un cappotto troppo leggero
e a volte mi confondo
e non so più se sia stata la carta a tagliare la carne
o le braccia a non reggere più il peso a essere in grado di difendersi
ad aver abbandonato la speranza.
Sento le carte imbrattate di vuoto
le sento come respirassero
e i tanto cantati come incisioni,
come carri pigri e pesanti, trascinati
inevitabilmente
da più stanchi cavalli.
Venite, venite con me, avanti,
restate vicini,
rotolate strappati da corde
ma sorridete
restate vicini,
ma non giudicate
freddi freddissimi
come morti
dispiegatevi che forse
forse
un ospite vorrà conoscervi
per servirsi di voi
ché a questo servite, strumenti
e sapori
da conservare.

***

Si prese la testa tra le mani e serrò gli occhi. In quale mondo sei capitato, Amico, si diceva.

Che cosa ti ha portato qui?

Una fredda gocciolina di pioggia lo colpì sul braccio nudo; rivide la realtà, la materialità della Casa, degli alberi oltre il muro, del tempo.

Non piovve, però. Solo s’alzò un forte vento che tutto trasformava in musica.

Chiuse gli occhi per non vedere il grigio cielo e si fermò attento ai rumori della natura, sorridente.

Il vento, pensò, è il fenomeno più bello che la natura ci ha dato.

Niente vediamo noi muoversi, solo i suoi effetti. Ciò che mettiamo in ordine esso disordina.

È come la nostra coscienza, come la ragione, come la fantasia.

Alzò il viso tentando di aspirarlo tutto. Gli odori, i profumi, le essenze in esso sono contenuti, e sono i profumi, le essenze in esso sono contenuti, e sono i profumi del mondo. Questo è  il sudore di un fabbro di Bisanzio, questo l’elmo piumato d’un legionario romano di Utica; questa è l’essenza d’un fiore che cresce nell’aiuola innanzi al municipio, questo l’odore dei macchinari. Il polline con esso viene scagliato lontano e dalla fatica nasce la vita.

L’Amico apre le braccia per sentirlo su tutto il corpo.

Ecco i Vivaldi dispersi, il vento porta ancora l’eco della loro paura, dei gridi; ecco il buffo Brandano sull’isole, il vento ne porta la santità. Ed ecco infine il suono dello schiaffo al padre di Cesare. Il mondo è un roccia sospesa nel vuoto profondo,  ma su di esso aleggiano speranze e sospiri. È spirito ed è materia, è cogitans et extensa.

Quando si aspetta la pioggia la pioggia non viene, quando si danza per essa, lei ride, quando è dimenticata piange. E dal dolore nasce la vita.

Infine richiuse le braccia.

Ancora il vento interrotto spazzava la Casa liberamente, ancora la libertà ne era soffocata.

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