Razza umana

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Razza umana (§5-6)

(…)

Canto la razza umana

così com’è

miscuglio d’individui

soli e insieme

stretti

con menti che vagano tra i pianeti chiusi dentro

e a miliardi d’anni da qui

forza e debolezza

uncini nella terra e mani al sole e al vento

e vento che la porta come granello

e la disfa

mulinelli di molecole nell’aria pura e fresca

nel buio delle caverne umide e buie

nei mari nei laghi nei fiumi freddi e profondi e torbidi e correnti

nelle dure montagne di sasso, su a migliaia di metri

nelle pianure placide di filari d’alberi quieti e strade dritte e infinite

nelle isole

ovunque come polvere

i suoi granelli si siano posati in silenzio


Canto la razza umana

canto il suo corpo

il suo sangue che fluisce e cola sull’asfalto

la sua carne ch’attrae, si lacera e polvere torna

i suoi occhi di luce, vuoti eppure violenti

le sue mani tormentate dalle vene, le unghie mangiate

gli anelli e i bracciali

i palmi caldi

le dita diverse, una per una

le braccia, tagliate a volte, a volte solide o magre

che decenni sostengono e poi piccoli mesi e anni

e sacchi della spesa e spazzatura e morti e fucili e torte

Canto le spalle, forti di alcuni, deboli e stanche d’altri

le schiene curve e bastonate, dritte e sicure

i petti ampi e pance e cosce e sessi

e muscolose gambe che portano lontano e piedi

e caviglie a cui la terra aggrappa le sue mani

Uccellini fragili nelle mani del tempo

ossa sottili che si spezzano

schiacciate e martoriate innocenti

come innocenti sono le cose del mondo

(…)

***

Perché affascina tanto il Modernismo e perché improvvisamente emerge come una presenza viva, letterariamente palpitante, rispetto a un mare di ismi, di correnti, di scuole di teorie che dall’inizio del ‘900 hanno accompagnato il mondo nel suo sviluppo? Com’è possibile ritrovare se stessi in poesie scritte oltre cent’anni fa? Domande che da tempo cercano una risposta e che forse ne hanno trovata una, inquietante.

Ma facciamo un passo indietro. Per quanto riguarda la letteratura, il Modernismo sudamericano e poi quello anglo-americano prendono le mosse più o meno a ridosso dell’ultimo decennio dell’Ottocento e si trascinano, in mille rivoli sparsi per il globo e con mille contaminazioni, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Per capirci, dalla raccolta “Azzurro” (Azul) del nicaraguense Rubén Darío del 1888, alla “Semana de arte moderna” del 1922 a San Paolo, passando per il Manifesto Antropofágico del brasiliano Oswald de Andrade del 1928, per l’imagismo e il vorticismo di Ezra Pound, per T.S. Eliot e per decine di altri nomi di altissimo livello che, pendolari attraverso l’Atlantico e portatori di contaminazione culturale, riconoscevano negli sobri parnassiani e nei simbolisti parigini le loro fondamentali muse ispiratrici. Negazione e superamento dello svenevole e vuoto romanticismo, rottura degli schemi con e nell’atto creativo: verso libero, ingresso del parlato e del quotidiano nella poesia e nella prosa, spazio e tempo non più lineare, contaminazione culturale e linguistica, linguaggio preciso, rottura dei tabu, psicanalisi, esoterismo… Un Sessantotto culturale ante litteram che spezzava molti legami con un passato che stava ormai tramontando.

Già le date dovrebbe fornire un primo indizio. Ma proseguiamo.

Secondo indizio: il Modernismo è strettamente connesso con movimenti artistici ad esso contemporaneo, come Futurismo, Cubismo e Surrealismo. Futurismo. Velocità, dinamica, presente meccanico e d’acciaio.

E ancora, la Prima Guerra Mondiale, che spezza in due tronconi cronologici lo sviluppo del movimento senza però interromperne lo crescita, ma anzi riservando alla seconda tranche, quella del primo dopoguerra, appunto, la parte più succosa e feconda.

Anche in questo caso, un indizio, forse meno evidente.

A questo punto, tre indizi dovrebbero fare un prova. La prova che il Modernismo è legato a un radicale mutamento economico, sociale, culturale, politico che prende le mosse dalla rivoluzione industriale, dalla crisi del mondo agricolo e dallo svuotamento delle campagne, dallo spostamento dei contadini verso metropoli incapaci di sostenerne l’urto, con la creazione di masse proletarie suburbane al servizio di una borghesia sempre più capitalistica. Sono i decenni dell’industrializzazione, delle miniere di carbone, della Londra di Dickens, del colonialismo violento e sfrenato, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che costituirà la base della ricchezza dei decenni a venire e, sull’onda dell’analisi socio-economica di Marx, delle lotte di classe che caratterizzeranno tutto il secolo XIX.

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E la scossa il terremoto provocata da questo maglio sociale si riflette nell’arte, nell’emersione a livello letterario della piccola borghesia, del popolo che soffre, che no sembra avere prospettive, che è inquieto e che crea inquietudine. Che genera nazionalismi, non solo nelle dittature fasciste d’Europa ma anche in Sud e Nord America.

E infatti la Grande Mietitrice della Prima Guerra Mondiale arriva puntuale, quasi attesa: «Fu nel 1915 che il vecchio mondo finì», scrive D.H. Lawrence nel 1923.

Ed eccoci a noi. Torniamo alla domanda iniziale: perché questa sensazione di disagio, di familiarmente fastidioso quando si fa pressante la necessità di recuperare la grande stagione del Modernismo poetico?

È la crisi, baby, e tu non ci puoi fare niente.

La crisi totale è ciò che accomuna i due decenni che precedono la Grande Guerra al nostro tempo, crisi di ogni settore, non solo economico-finanziaria. Di valori, di ideali, di idee, di proposte per il futuro. Inquietudine, l’inquietudine ci pervade. E questo ci costringere a riaprire le pagine, mai chiuse davvero, dei Modernisti sotto qualunque forma personale e individuale si siano manifestati. Come cani prima di un terremoto, essi hanno percepito e forse accelerato l’ingestibile cambiamento che stava arrivando come un’onda. Noi, oggi, li possiamo usare per riflettere su quello che sta per succedere al nostro mondo esausto.

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